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Disfagia o nodo alla gola: quando serve una valutazione medica

Ansia, reflusso e disturbi neurologici possono spiegare il sintomo, ma alcuni segnali richiedono accertamenti

La sensazione di avere un nodo alla gola non coincide necessariamente con la disfagia, cioè una reale difficoltà a deglutire. Nel primo caso, definito globo faringeo, la percezione di un ostacolo può dipendere soprattutto da ansia e stress: la compressa o il boccone sono spesso già arrivati nell’esofago, anche se la persona continua ad avvertire un corpo estraneo. La disfagia, invece, ha una componente fisica e deve essere valutata dal medico. «È comune la sensazione che una compressa si fermi a metà strada, anche quando la deglutizione è avvenuta», spiega l’otorinolaringoiatra Lira Luce.

Quando gli accertamenti escludono un disturbo organico, episodi ricorrenti possono essere collegati a tensione emotiva, rigidità caratteriale o bisogno di controllo. Secondo la psicoterapeuta Maria Giovanna Luini, traumi passati e difficoltà ad accettare alcuni aspetti della propria vita possono tradursi in un blocco percepito alla gola. Anche il rapporto con i farmaci può incidere: la paura delle compresse, soprattutto quando sono grandi, può favorire una riluttanza alla terapia e compromettere l’aderenza alle cure. Per questo è importante che il medico chiarisca l’utilità dei trattamenti e i rischi dell’interruzione, per esempio nel caso di antibiotici o antinfiammatori.

Quando la tosse segnala un problema

Una tosse secca associata alla sensazione di corpo estraneo, soprattutto dopo i pasti o da sdraiati, può essere legata al reflusso. Gli acidi provenienti dallo stomaco possono ridurre la sensibilità della zona posteriore della glottide e interferire con il controllo della deglutizione. Se invece la tosse compare subito dopo aver ingerito un boccone, il cibo potrebbe aver imboccato le vie respiratorie. Il sintomo può anche indicare un’ostruzione o una compressione esterna, situazioni che richiedono una valutazione clinica.

Durante la visita l’otorinolaringoiatra può utilizzare il fibrolaringoscopio, un sottile strumento endoscopico che consente di esaminare le prime vie aeree senza ricorrere all’anestesia. La valutazione può essere affiancata da prove di deglutizione con una logopedista, per capire dove si trova l’eventuale ostacolo. A volte la difficoltà dipende da una compressione esercitata dall’esterno: patologie della tiroide o cisti del collo, aumentando di volume, possono interferire con faringe ed esofago.

La deglutizione può essere compromessa anche da problemi neurologici che riducono la motilità o la sensibilità dell’area faringo-laringea. Tra le possibili cause ci sono gli esiti di un ictus, il morbo di Parkinson e alcune malattie del motoneurone, tra cui la SLA. Sono condizioni meno frequenti ma più gravi, che richiedono un percorso diagnostico e terapeutico specifico.

Il rischio per i polmoni

Ansia e contesto sociale possono modificare la percezione del disturbo: in situazioni rilassate, come una cena tra amici, la deglutizione può risultare più semplice, mentre l’ansia da prestazione può spingere a scegliere cibi piccoli e morbidi. In questi casi, accanto alla valutazione medica, può essere utile un supporto psicologico. Alcune persone ricorrono anche alla mollica del pane come gesto rassicurante, ma il rimedio non sostituisce gli accertamenti.

La disfagia non trattata può provocare una polmonite ab ingestis. Se l’epiglottide non chiude correttamente la trachea durante la deglutizione, cibo o liquidi possono entrare nei bronchi e causare un’infezione. Una difficoltà persistente, episodi di tosse subito dopo aver mangiato o la sensazione ricorrente di blocco devono quindi essere riferiti al medico, per individuare la causa e prevenire complicazioni.