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Dieta e colesterolo: quanto pesa la predisposizione genetica

Uno studio indiano analizza il rapporto tra alimentazione quotidiana, varianti del Dna e valori dei grassi nel sangue.

Quanto incide davvero la predisposizione familiare sul colesterolo? Un nuovo studio condotto in India ha esaminato il possibile rapporto tra patrimonio genetico, qualità dell’alimentazione e livelli dei grassi nel sangue. L’obiettivo era capire se le abitudini quotidiane potessero attenuare o rendere più evidente il rischio legato ad alcune varianti del Dna.

La ricerca ha coinvolto 1.020 adulti, uomini e donne tra i 25 e gli 80 anni, residenti a Chennai, con un’età media di circa 45 anni. A ciascun partecipante è stato assegnato un punteggio di rischio genetico basato su tre varianti già associate a glicemia e peso corporeo. La qualità dell’alimentazione è stata invece valutata attraverso un questionario sulle abitudini alimentari, trasformato in un indice che prendeva in considerazione otto gruppi di cibi.

I ricercatori hanno misurato anche glicemia, emoglobina glicata, indicatore della glicemia media degli ultimi mesi, e diversi parametri relativi ai grassi nel sangue. Le persone con un punteggio genetico più elevato presentavano mediamente valori un po’ più alti di glicemia ed emoglobina glicata. Le varianti considerate, da sole, non sembravano però associate ai livelli di colesterolo.

Il possibile ruolo dell’alimentazione

Il risultato più interessante riguarda l’interazione tra geni e dieta. Tra i partecipanti con rischio genetico elevato e un’alimentazione di qualità più bassa sono stati osservati valori più alti di colesterolo totale e di colesterolo LDL, il cosiddetto colesterolo cattivo, rispetto alle persone con rischio genetico ridotto.

Questa differenza non emergeva con la stessa evidenza tra chi seguiva un’alimentazione di qualità intermedia o migliore. Il dato può far pensare che una dieta più equilibrata attenui l’espressione della predisposizione, ma gli autori sottolineano che si tratta di un’interpretazione e non di una dimostrazione di causa ed effetto.

I limiti dello studio

La ricerca è di tipo trasversale: fotografa la situazione dei partecipanti in un solo momento e può rilevare un’associazione, ma non stabilire che un fattore provochi l’altro. Non è quindi possibile sapere se migliorare la dieta riduca effettivamente il colesterolo nelle persone con quello specifico profilo genetico.

L’effetto osservato è inoltre modesto e spiega circa l’1% delle differenze nei livelli di colesterolo tra i partecipanti. Le informazioni sull’alimentazione sono state ricavate dai ricordi degli stessi volontari e non comprendevano i metodi di cottura né il consumo di alimenti industriali. Sono state analizzate poche varianti genetiche, non tra quelle più specifiche per i grassi nel sangue.

Il campione proviene infine da una sola città e include una quota elevata di persone sedentarie. Per questo, secondo gli autori, sarebbe azzardato estendere automaticamente i risultati ad altre popolazioni, compresa quella italiana. Servono studi che seguano le persone nel tempo e sperimentazioni controllate.

La ricerca non propone una nuova dieta né indica di ricorrere a test genetici per scegliere gli alimenti. Offre però un’indicazione coerente con quanto già suggerito da altre evidenze: la familiarità non è necessariamente l’unico elemento in gioco. Un’alimentazione varia, con verdure, legumi e cereali integrali e pochi cibi molto elaborati, può essere utile a tutti. In presenza di colesterolo alto o di malattie cardiovascolari in famiglia, la scelta più appropriata resta discutere con il medico i propri valori e la storia familiare.