Nel 2024 un dipendente privato della provincia di Lecco ha lavorato in media 265,4 giornate retribuite. È il valore più alto registrato in Italia, secondo lo studio diffuso il 5 settembre dall’ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha elaborato i dati dell’Osservatorio Inps sui lavoratori dipendenti del settore privato. La media nazionale si è fermata a 246,5 giornate, mentre quella del Mezzogiorno è stata di 228.
Alle spalle di Lecco si sono collocate Biella, con 263,9 giornate, Vicenza con 263,4, Monza-Brianza con 263,3 e Lodi con 262,8. Si tratta di territori caratterizzati da una forte presenza manifatturiera, dove molte imprese di medie e grandi dimensioni lavorano prevalentemente a ciclo continuo. In fondo alla graduatoria si trovano Rimini, con 212 giornate, Nuoro con 205 e Vibo Valentia con 195. Per Lecco non è il primo risultato di questo tipo: già due anni fa la Cgia aveva rilevato un primato analogo.
Retribuzioni sopra la media
Sul fronte degli stipendi, la provincia occupa il sesto posto nazionale, con una retribuzione media annua lorda di 27.788 euro. Il dato supera di 3.302 euro la media italiana, pari a 24.486 euro. Davanti a Lecco figurano Milano, con 35.670 euro, Monza-Brianza con 29.576, Parma con 28.747, Modena con 28.731 e Bologna con 28.672.
Il numero elevato di giornate lavorate contribuisce in modo significativo al piazzamento. La retribuzione media giornaliera lecchese è infatti di 104,72 euro, il valore più basso tra le prime otto province della graduatoria degli stipendi. Reggio Emilia raggiunge 107,23 euro e Torino 105,56. Rispetto alla media nazionale, il vantaggio annuo di Lecco è quindi del 13,5 per cento, mentre quello giornaliero si limita al 5,4 per cento. A parità di paga quotidiana, ma con il numero medio di giornate lavorate in Italia, il lordo annuo di un dipendente lecchese scenderebbe intorno ai 25.800 euro. L’imponibile Inps comprende i contributi a carico del lavoratore e non coincide con la somma effettivamente ricevuta in busta paga.
Il divario con il Mezzogiorno
La distanza tra i territori è particolarmente ampia. I 27.788 euro di retribuzione media registrati a Lecco sono il doppio dei 13.885 euro di Vibo Valentia, ultima provincia italiana per reddito da lavoro dipendente. Nel complesso, il Nord ha raggiunto 255 giornate lavorate contro le 228 del Mezzogiorno, con una paga media giornaliera di 108 euro rispetto agli 80 euro del Sud e una produttività superiore del 36 per cento.
La Cgia invita tuttavia a non interpretare il divario come una minore disponibilità al lavoro nel Mezzogiorno. Secondo l’analisi, incidono la precarietà, il part time involontario, la stagionalità dei comparti turistico e dell’intrattenimento e la diffusione del lavoro nero, che non viene conteggiato nelle statistiche ufficiali. Il quadro è quindi quello di condizioni occupazionali più fragili e meno regolari.
Il peso dei rincari
Un reddito superiore alla media non si traduce automaticamente in un maggiore margine economico. A giugno una famiglia lecchese ha sostenuto una spesa aggiuntiva annua di 797 euro a causa dell’aumento dei prezzi, la trentacinquesima cifra più alta in Italia e superiore alla media nazionale di 758 euro. L’inflazione locale è stata del 2,8 per cento, due decimi sotto quella italiana, ma la stessa percentuale applicata a consumi più elevati produce un esborso maggiore.
Il livello dei consumi è confermato anche dall’Isee medio: la provincia di Lecco è prima in Italia, con un valore superiore ai 23.400 euro, secondo un’elaborazione dei dati Inps diffusa in primavera. In Lombardia, dal 2021, i prezzi sono aumentati complessivamente del 19,4 per cento. Gli incrementi più marcati hanno riguardato abitazione, acqua ed energia, con il 45,4 per cento, la ristorazione, con il 28,9, e gli alimentari, con il 24,1. Nel primo semestre del 2026 l’inflazione regionale è risalita al 2,1 per cento, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,7.
Il quadro restituisce l’immagine di un territorio con il più alto numero medio di giornate lavorate in Italia e con retribuzioni superiori alla media, ma sostenute soprattutto dalla quantità dell’attività annuale. Tra le indicazioni della Cgia figura il rafforzamento della contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale, collegata agli obiettivi di produttività. Oggi questo strumento interessa 4,2 milioni di dipendenti privati, pari al 26 per cento del totale.