Negli Stati Uniti, più di un genitore su quattro ha ammesso di aver esagerato o alterato almeno una volta i sintomi del proprio figlio per ottenere una prescrizione di antibiotici. E nell’80% dei casi il tentativo avrebbe portato alla ricetta. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Jama Network Open e condotto da Alistair Thorpe, della Spencer Fox Eccles School of Medicine dell’Università dello Utah, su 236 genitori.
Nel dettaglio, il 26,7% degli intervistati ha riferito di aver modificato il resoconto clinico per ottenere il farmaco. Quarantacinque partecipanti, pari al 19,1% del campione, hanno dichiarato di aver sia esagerato sia inventato alcuni sintomi. Al contrario, 173 genitori hanno detto di non aver mai mentito al medico del figlio, soprattutto perché si fidavano del suo giudizio e non apprezzavano l’idea di somministrare antibiotici senza una reale necessità.
Tra coloro che hanno alterato le informazioni, il 71,4% riteneva che la terapia fosse l’unica soluzione per un bambino considerato gravemente malato. Il 66,7% pensava che la prescrizione avrebbe consentito un rientro più rapido a scuola o alle attività extrascolastiche, mentre il 63,5% riteneva di conoscere la storia clinica del figlio meglio del medico.
Il ruolo del racconto familiare
In pediatria, soprattutto quando il bambino è piccolo e non riesce a descrivere ciò che prova, il resoconto dei genitori è una componente importante della valutazione. Durata della febbre, andamento della tosse, appetito, vivacità e qualità del sonno aiutano il medico a orientare la diagnosi insieme alla visita. Se queste informazioni vengono amplificate, la decisione clinica può basarsi su un quadro non corrispondente alla realtà.
In un editoriale collegato alla ricerca, Jeffrey Linder della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago ha sottolineato che anche i medici hanno una responsabilità quando prescrivono antibiotici a genitori che falsificano i sintomi. Thorpe ha ricordato che gli antibiotici non sono farmaci innocui.
La maggior parte delle infezioni comuni dell’infanzia, tra cui raffreddore, molte faringiti, bronchiti e numerose otiti, è di origine virale. Gli antibiotici agiscono invece sui batteri: contro i virus non abbreviano la malattia, non riducono la febbre e non anticipano il ritorno alle normali attività. In alcune situazioni il medico può ricorrere a test mirati o alla cosiddetta vigile attesa, osservando l’evoluzione del quadro e riservando la terapia ai casi compatibili con un’infezione batterica o in peggioramento.
Rischi individuali e collettivi
L’assunzione non necessaria di antibiotici può provocare disturbi gastrointestinali, diarrea e reazioni allergiche. I farmaci possono inoltre modificare il microbiota intestinale, cioè l’insieme dei batteri presenti nell’intestino. Le possibili conseguenze a lungo termine di queste alterazioni nella prima infanzia sono ancora oggetto di ricerca.
Ogni uso inappropriato contribuisce anche alla selezione di batteri resistenti. L’antibiotico-resistenza rende più difficili da trattare infezioni che in passato rispondevano facilmente alle cure e rappresenta un problema di salute pubblica. Un ruolo preventivo è svolto dall’igiene delle mani, dall’attenzione alla trasmissione delle infezioni nei contesti collettivi e dalle vaccinazioni previste in età pediatrica.