Insulti, minacce e aggressioni verbali restano spesso senza denuncia, ma rappresentano un fenomeno diffuso anche all’ospedale San Jacopo di Pistoia. È quanto emerge dalle riunioni con la Prefettura e dalla mappatura avviata dagli Ordini delle professioni infermieristiche della Toscana per misurare l’impatto della violenza nei luoghi di cura.
Secondo gli Opi, alla base degli episodi ci sono soprattutto la frustrazione per i tempi di attesa nei pronto soccorso e il sovraffollamento degli ambienti. Una condizione che sottopone infermieri, medici e altro personale a una pressione costante, trasformando situazioni di tensione in episodi di aggressività quotidiana.
Il fenomeno oltre le denunce
Il quadro regionale è stato richiamato anche dopo i recenti fatti avvenuti al pronto soccorso dell’ospedale di Prato e in quello della Versilia, dove si sono verificate aggressioni fisiche ai danni di professionisti sanitari. Nel caso della Versilia, un infermiere è stato colpito al volto con un pugno. Gli Ordini sottolineano che quanto accaduto non può essere considerato isolato e che molti episodi rimangono confinati all’interno delle strutture.
A maggio erano stati indicati 14 episodi di aggressione nei primi quattro mesi del 2026, mentre nell’intero anno precedente se ne contavano 36. I dati, spiegano gli Opi, non descrivono necessariamente tutta la portata del fenomeno, perché insulti e minacce non sempre vengono formalizzati attraverso una denuncia.
La richiesta di interventi strutturali
Gli Ordini delle professioni infermieristiche chiedono un’analisi delle cause e misure concrete di prevenzione, con il coinvolgimento della Regione Toscana, delle aziende sanitarie, delle Prefetture, delle forze dell’ordine e degli organismi professionali. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza nei servizi di emergenza-urgenza, dove il personale accoglie e assiste pazienti in condizioni spesso difficili.
Nel richiamare la legge 113 del 2020, che ha inasprito le pene per chi aggredisce medici, infermieri e altri operatori sanitari, gli Opi evidenziano la necessità di rendere effettivi gli strumenti previsti dalla normativa. La tutela, sostengono, non può dipendere soltanto dalla disponibilità e dal senso di responsabilità di chi lavora ogni giorno nelle strutture sanitarie, ma deve essere sostenuta da organizzazione e prevenzione applicate concretamente.