Gli studenti del liceo scientifico Galileo Ferraris di Torino hanno spiegato in un comunicato le ragioni dell’occupazione iniziata martedì 13 ottobre. Al centro della mobilitazione ci sono la richiesta di una scuola pubblica più equa, sicura e accessibile, maggiori investimenti nell’istruzione e un modello educativo fondato sul confronto e sul pensiero critico.
Durante l’occupazione, i promotori hanno organizzato assemblee, dibattiti e attività di didattica alternativa. L’obiettivo dichiarato è superare i confini dell’istituto e collegare la protesta alle mobilitazioni studentesche in corso in Italia e in altri Paesi europei. Gli studenti sostengono di voler riprendere parola e riappropriarsi degli spazi dedicati alla formazione.
Le differenze tra gli istituti
Una parte centrale del documento riguarda le disuguaglianze tra le scuole. Gli occupanti riconoscono che il Galfer ha beneficiato di interventi di ristrutturazione, ma sottolineano che la stessa situazione non riguarda tutti gli istituti. La protesta esprime solidarietà verso le scuole alle prese con edifici deteriorati e carenze strutturali, chiedendo che opportunità formative e sicurezza non dipendano dalla scuola frequentata o dalle condizioni economiche delle famiglie.
Nel comunicato viene contestato anche quello che gli studenti definiscono un classismo presente nel sistema scolastico. Tra le richieste figurano pari opportunità, maggiore attenzione all’edilizia scolastica e un intervento sulla precarietà del personale docente, considerata un fattore capace di accentuare le differenze nella qualità dell’offerta formativa.
Le critiche alle politiche scolastiche
Gli occupanti criticano inoltre alcune scelte attribuite al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Nel mirino ci sono la proposta di fissare un limite del 30% alla presenza nelle classi di alunni stranieri con significative difficoltà linguistiche e le misure relative all’utilizzo di burqa e niqab negli istituti. Secondo gli studenti, queste iniziative rischiano di spostare l’attenzione dai problemi più urgenti, come la sicurezza degli edifici e la qualità dell’insegnamento.
La mobilitazione ha anche un contenuto politico più ampio, riassunto nello slogan Soldi alla scuola, non alla guerra. Gli studenti chiedono che siano destinate più risorse a istruzione, sanità e servizi pubblici invece che all’industria bellica. Contestano un modello educativo ritenuto troppo orientato alla disciplina, alla selezione e alla preparazione al mercato del lavoro, proponendo una didattica partecipata con un ruolo maggiore per assemblee, laboratori e approfondimenti.
Nel documento viene affrontato anche il tema dei disagi provocati dall’interruzione delle lezioni. Gli occupanti riconoscono che l’occupazione abbia inciso sulla normale attività della comunità scolastica, ma la considerano uno strumento necessario per rendere visibili le proprie richieste. Riferiscono inoltre di reazioni molto contrarie da parte di alcuni insegnanti e studenti e denunciano episodi definiti violenti, senza fornire ulteriori dettagli sulle circostanze.
Gli studenti chiedono che il confronto non si limiti alla condanna delle modalità della protesta e invitano a discutere nel merito delle rivendicazioni. Nelle loro intenzioni, l’iniziativa del Galileo Ferraris dovrebbe contribuire a costruire una rete con gli altri istituti torinesi e con le realtà studentesche italiane ed europee. La mobilitazione viene collegata anche alle manifestazioni contro il carovita e l’aumento del costo dei carburanti.
Gli occupanti annunciano infine l’intenzione di proseguire la mobilitazione fino a quando le loro richieste non riceveranno risposte. Rivendicano la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano la scuola e concludono il comunicato con lo slogan francese L’école est à nous, ovvero la scuola è nostra.