La trombina, enzima noto soprattutto per il suo coinvolgimento nella coagulazione del sangue, potrebbe contribuire ai processi biologici associati alla malattia di Parkinson. È l’ipotesi emersa da una ricerca condotta dal gruppo di Biofisica delle proteine applicate alle malattie neurodegenerative del Dipartimento di Scienze del Farmaco dell’Università di Padova. Il lavoro è stato pubblicato il 28 ottobre 2026 sulla rivista scientifica Nature Communications.
Lo studio ha analizzato il rapporto tra la trombina e l’alfa-sinucleina, una proteina il cui accumulo anomalo nel cervello è associato alla patologia neurodegenerativa. Nei tessuti cerebrali esaminati dopo la morte di pazienti con Parkinson sono stati individuati frammenti di alfa-sinucleina, ma non era ancora chiaro come si formassero né quale ruolo potessero avere nell’insorgenza della malattia.
Il taglio della proteina
I ricercatori hanno messo in relazione trombina e alfa-sinucleina osservando che l’enzima è in grado di produrre una forma troncata della proteina. Il fenomeno è stato rilevato più volte in vitro, con risultati replicabili e misurabili. In particolare, la trombina rimuove sei amminoacidi dalla parte N terminale dell’alfa-sinucleina, modificandone la struttura.
Patrizia Polverino de Laureto, coautrice dello studio e responsabile del gruppo di ricerca padovano, ha spiegato che l’obiettivo iniziale era individuare proteasi incapaci di tagliare l’alfa-sinucleina. La trombina era stata considerata, sul piano teorico, un candidato adatto a questo scopo. Gli esperimenti hanno invece mostrato che il taglio avviene e che il risultato è riproducibile.
Philipp Trolese, primo autore e dottorando del gruppo di ricerca, ha sottolineato come l’osservazione colleghi un enzima normalmente associato al sangue e alla coagulazione a processi che riguardano il sistema nervoso. Nella seconda parte del lavoro, gli studiosi hanno caratterizzato la forma modificata dell’alfa-sinucleina, analizzandone le funzioni fisiologiche e i possibili legami con condizioni patologiche.
Le prospettive della ricerca
Attraverso tecniche biofisiche avanzate, la reazione è stata dimostrata non soltanto in vitro, ma anche in un ambiente biologico complesso, costruito per riprodurre in parte le condizioni presenti nell’organismo. Il risultato suggerisce una possibile connessione tra neuroinfiammazione e Parkinson, ma non dimostra ancora che il meccanismo osservato sia attivo nei pazienti.
Il prossimo obiettivo sarà verificare se il frammento di alfa-sinucleina prodotto dalla trombina in laboratorio sia effettivamente presente nelle persone affette dalla malattia. Solo dopo questa verifica sarà possibile valutare l’eventuale utilità del risultato per individuare nuovi approcci terapeutici. Secondo le stime citate nello studio, il numero dei casi di Parkinson potrebbe raddoppiare entro il 2050, rendendo sempre più rilevante la comprensione dei meccanismi alla base della patologia.