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Sonno e organi: gli estremi associati a un invecchiamento più rapido

I dati indicano una relazione a U tra riposo notturno e marcatori biologici, senza provare un nesso causale.

Dormire troppo poco è da tempo considerato un fattore sfavorevole per la salute. Meno intuitiva è l’ipotesi che anche riposare molto a lungo possa essere associato a condizioni meno favorevoli. Un nuovo studio pubblicato su Nature ha esaminato il rapporto tra la durata abituale del sonno e i segnali di invecchiamento biologico di diversi organi e sistemi dell’organismo.

I ricercatori hanno combinato immagini del corpo, misurazioni di proteine e metaboliti nel sangue e altri dati biologici per stimare l’età biologica di cervello, polmoni, fegato, sistema immunitario, tessuto adiposo e altri distretti. L’obiettivo era capire se questi organi apparissero biologicamente più vecchi o più giovani rispetto a quanto atteso in base all’età anagrafica.

L’analisi principale ha utilizzato questionari sul sonno compilati da una popolazione molto ampia di adulti di mezza età e anziani. Le ore abituali di riposo sono state confrontate con diversi indicatori dello scarto tra età biologica ed età cronologica.

La durata collegata ai profili più favorevoli

La relazione osservata non era lineare, ma seguiva in diversi casi una curva a U. Sia dormire poco sia dormire a lungo risultava associato a un invecchiamento biologico più rapido in alcuni organi. Le associazioni più consistenti riguardavano chi riferiva meno di 6 ore o più di 8 ore di sonno per notte.

L’intervallo collegato ai profili biologici più favorevoli cambiava in base all’organo considerato, ma si collocava all’incirca tra 6,4 e 7,8 ore. Il risultato non indica l’esistenza di un numero valido per chiunque, né stabilisce una soglia rigida. Suggerisce piuttosto che, in media, una durata vicina alle 7 ore possa essere compatibile con marcatori più favorevoli.

Il sonno breve e quello prolungato erano inoltre associati a un rischio più elevato di morte nel periodo osservato e a una maggiore frequenza di diverse malattie, soprattutto di tipo cardiometabolico e respiratorio. Il lavoro rafforza quindi l’attenzione verso la regolarità del riposo e il suo possibile legame con infiammazione, metabolismo, fegato, grasso corporeo e cervello.

Le cautele nell’interpretazione

Lo studio, però, non dimostra un rapporto di causa-effetto. I risultati mostrano associazioni e non provano che dormire poco o molto sia direttamente responsabile dell’invecchiamento biologico rilevato. È possibile anche che condizioni di salute già presenti influenzino la durata o la qualità del sonno.

Tra i limiti c’è il fatto che le ore dormite erano riferite dai partecipanti e non misurate in modo oggettivo. Inoltre, gran parte dei dati riguardava persone di ascendenza europea e molte analisi erano di tipo osservazionale. Questo limita la possibilità di estendere le conclusioni a tutta la popolazione nello stesso modo.

Per chi dorme stabilmente molto poco o ha bisogno di molte ore per periodi prolungati, il dato non deve essere motivo di allarme automatico. Può però rappresentare un segnale da approfondire, soprattutto in presenza di sonnolenza diurna, russamento importante, umore depresso o difficoltà di concentrazione. In questi casi è utile chiedersi quali fattori, tra orari irregolari, stress, alcol, apnee del sonno, dolore cronico o altre condizioni, possano alterare il riposo.

La conclusione più prudente è che il sonno meriti attenzione come componente della salute generale, insieme ad alimentazione, movimento e fumo. Il paper originale si intitola Sleep chart of biological ageing clocks in middle and late life e ha DOI 10.1038/s41586-026-10524-5.