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Pulizie in gravidanza, lo studio giapponese sui bambini

I risultati suggeriscono una relazione debole con alcune competenze, senza dimostrare un rapporto di causa-effetto.

Quanto conta la cura della casa durante l’attesa? A questa domanda ha cercato di rispondere un ampio studio condotto in Giappone, che ha analizzato le abitudini domestiche di oltre 81.000 coppie madre-figlio. Le ricercatrici e i ricercatori hanno preso in esame soprattutto le attività legate alla polvere, come passare l’aspirapolvere, arieggiare il futon e utilizzare coperture antiacaro.

Durante la gravidanza, le donne hanno riferito con quale frequenza aspiravano il pavimento del soggiorno e il futon, il tradizionale materasso giapponese che viene steso a terra. È stato chiesto anche se il futon venisse messo ad arieggiare e se sul letto fossero utilizzate protezioni contro gli acari. Lo sviluppo dei bambini è stato poi valutato a 18 mesi, 2 anni, 2 anni e mezzo e 3 anni.

Che cosa ha osservato la ricerca

Per valutare lo sviluppo è stato utilizzato un questionario compilato dai genitori. Si tratta di uno strumento di screening, utile a individuare i bambini che potrebbero aver bisogno di ulteriori approfondimenti, ma non sufficiente per formulare una diagnosi.

Secondo i risultati, i figli delle madri che dichiaravano di pulire più spesso avevano una probabilità leggermente più bassa di ricevere una segnalazione nello screening. L’associazione riguardava diverse aree, tra cui movimento, comunicazione, capacità di risolvere piccoli problemi e relazioni con gli altri. Il legame appariva più evidente all’aumentare della frequenza delle pulizie, secondo un andamento definito dai ricercatori a gradini.

L’analisi ha considerato diversi fattori materni, la situazione economica e le caratteristiche dell’abitazione. Tuttavia, le differenze osservate sono rimaste contenute: in alcuni casi minime, in altri moderate. Il risultato, quindi, non indica che una maggiore attività domestica determini uno sviluppo migliore.

Perché il risultato va interpretato con prudenza

Si tratta di uno studio osservazionale: gli autori hanno registrato comportamenti già presenti, senza chiedere alle partecipanti di modificarli. Inoltre, non sono state misurate direttamente la polvere, la concentrazione di allergeni, le sostanze chimiche o i microrganismi presenti nelle abitazioni. Le pulizie sono state considerate un indicatore indiretto della cura dell’ambiente domestico.

Le persone che puliscono più spesso potrebbero avere più tempo, maggiori risorse economiche, abitazioni diverse o altre abitudini favorevoli alla salute. Anche il contesto familiare successivo alla nascita potrebbe aver influito sui risultati. Le correzioni statistiche riducono, ma non eliminano, l’effetto dei fattori non misurati. Inoltre, l’uso del futon e altre consuetudini analizzate sono tipiche del contesto giapponese, perciò non è scontato che le conclusioni siano applicabili in altri Paesi.

Lo studio non dimostra dunque che pulire di più durante la gravidanza prevenga problemi dello sviluppo. Non dovrebbe essere motivo di senso di colpa né spingere a sottoporsi a sforzi eccessivi, soprattutto in una fase in cui la stanchezza è frequente. Una casa ragionevolmente pulita e arieggiata può essere un ambiente più gradevole e utile, ad esempio, per chi soffre di allergie, ma le faccende possono essere distribuite e condivise.

In presenza di dubbi sullo sviluppo del bambino, il riferimento resta il pediatra. Per chiarire se la polvere domestica abbia un ruolo effettivo saranno necessari studi capaci di misurarla direttamente. La ricerca è stata pubblicata su BMC Pediatrics con il titolo Maternal house dust-related cleaning behaviors during pregnancy and neurodevelopment from 18 months to 3 years of age in the Japan Environment and Children’s Study.