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Menopausa e colesterolo: perché aumenta e come ridurlo

Il calo degli estrogeni, l’infiammazione, l’alimentazione e il movimento incidono sul profilo lipidico durante il climaterio.

Oltre il 50% delle donne in menopausa presenta livelli elevati di colesterolo. L’aumento può iniziare già durante la perimenopausa, la fase di transizione che può cominciare intorno ai 45 anni, prima della scomparsa definitiva del ciclo mestruale. A contribuire sono i cambiamenti ormonali, la riduzione del metabolismo basale, l’aumento del grasso addominale e alcune modifiche dello stile di vita.

«Con il calo degli estrogeni il fegato diventa meno efficiente nel rimuovere il colesterolo LDL, cioè la sua frazione cattiva», spiega Salvatore Bardaro, docente di medicina integrata all’Università di Siena e Pavia e al Consorzio Universitario Humanitas di Roma. Lo squilibrio ormonale può inoltre favorire ansia, insonnia, vampate di calore, calo dell’umore e delle energie. In alcune donne, queste condizioni possono aumentare la ricerca di alimenti dolci e ricchi di zuccheri semplici.

Il calo degli estrogeni può anche alterare i segnali di fame e sazietà regolati nell’ipotalamo dagli ormoni grelina e leptina. Un consumo frequente di prodotti ad alto indice glicemico può favorire picchi di glicemia, insulino-resistenza e infiammazione cronica, condizioni associate all’aumento del colesterolo totale e soprattutto della frazione LDL. Dieta e stile di vita diventano quindi elementi centrali nel controllo del profilo lipidico.

Il peso dell’infiammazione

Durante la menopausa il metabolismo basale tende a rallentare e dimagrire può diventare più difficile. Il grasso tende inoltre a concentrarsi nella regione addominale, aumentando il rischio di diabete, ipertensione e problemi cardiovascolari. Secondo Bardaro, il tessuto adiposo addominale è metabolicamente attivo e produce molecole pro-infiammatorie, tra cui IL-6 e TNF-alfa.

I processi infiammatori possono favorire l’ossidazione delle LDL. Queste lipoproteine, trasportando il colesterolo dal fegato ai tessuti, possono depositarsi nelle pareti delle arterie quando si ossidano, contribuendo alla formazione delle placche aterosclerotiche. Per questo, sostiene l’esperto, è importante contrastare l’infiammazione e prevenire l’aumento di peso, oltre a monitorare i valori ematici con il proprio medico.

Alimentazione e movimento

La dieta incide su una parte del colesterolo presente nel sangue, mentre il resto viene sintetizzato dal fegato. Per Bardaro, nei casi di dislipidemia è importante limitare soprattutto gli zuccheri semplici e gli alimenti ultraprocessati, come bevande zuccherate, merendine, brioche, gelati e creme spalmabili. I picchi insulinici possono stimolare l’attività dell’enzima HMG-CoA reduttasi, coinvolto nella produzione endogena di colesterolo.

Anche l’attività fisica regolare può contribuire a migliorare il profilo lipidico. Le attività aerobiche a intensità moderata o sostenuta, come camminata veloce, corsa, ciclismo, nuoto, aerobica e ballo, tendono ad aumentare il colesterolo HDL e a ridurre trigliceridi e LDL. La raccomandazione indicata dall’esperto è allenarsi con costanza almeno tre volte alla settimana, scegliendo un’attività compatibile con le proprie condizioni di salute.