La sanità pubblica italiana rischia di avvicinarsi nuovamente a un modello nel quale l’accesso alle cure dipende sempre più dalla disponibilità economica delle persone. È la tesi sostenuta da Mario Marroccu, che ricostruisce l’evoluzione del sistema sanitario nazionale e mette in relazione il progressivo definanziamento dei servizi con l’aumento delle spese sostenute direttamente dai cittadini.
Dalle casse mutue al Servizio sanitario nazionale
Secondo l’analisi, prima del 1978 la tutela della salute era frammentata tra casse mutue legate alle categorie professionali, forme di assistenza comunale e strutture ospedaliere di origine caritativa. Chi non aveva un lavoro tutelato o risorse sufficienti disponeva di minori possibilità di accesso alle cure. I farmaci industriali erano spesso costosi, mentre per le fasce più povere si ricorreva al medico condotto, ai preparati galenici e a rimedi casalinghi.
Un primo passaggio istituzionale viene individuato nel 1958, con la nascita del ministero della Sanità. Dieci anni più tardi, la riforma promossa dal ministro Mariotti portò alla creazione degli enti ospedalieri pubblici e al superamento degli ospedali caritativi. La svolta principale arrivò però nel 1978, con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale da parte di Tina Anselmi. L’obiettivo era garantire un’assistenza universale, gratuita e uguale per tutti, attraverso un consistente aumento delle risorse destinate al settore.
Marroccu collega a quella riforma anche la crescita della vita media e il rafforzamento della rete ospedaliera. In Sardegna, gli ospedali di Carbonia e Iglesias vengono indicati come strutture che, in quella fase, permisero di trattare patologie complesse senza dover ricorrere necessariamente ai centri di Cagliari o di Roma.
Liste d’attesa e spesa privata
Nel testo viene ricordato che nel 1990 la spesa sanitaria pubblica raggiunse il 7,4% del Pil. Negli anni successivi, secondo l’autore, i vincoli di bilancio e le trasformazioni politiche avrebbero ridotto progressivamente la capacità dello Stato di finanziare i servizi. Il paziente sarebbe così passato da una considerazione prevalentemente sociale ed etica a una gestione condizionata da criteri contabili e amministrativi.
Per il 2025, Marroccu indica una spesa sanitaria pubblica di 140 miliardi di euro, affiancata da 42 miliardi pagati direttamente dai cittadini e da altri 7 miliardi destinati alle assicurazioni private. La spesa complessiva sostenuta fuori dal finanziamento statale ammonterebbe quindi a 49 miliardi di euro. L’autore interpreta questi dati come il segnale del ritorno di una sanità a pagamento, soprattutto per le persone anziane, sole o con pensioni insufficienti.
Tra le cause vengono citati il debito pubblico, l’inflazione, il calo delle nascite, l’aumento degli anziani, la riduzione del numero dei contribuenti e la difficoltà di mantenere invariato il potere d’acquisto delle pensioni. Le conseguenze indicate sono le liste d’attesa, le difficoltà di trasporto verso i centri di cura, l’affollamento dei pronto soccorso e la necessità, per alcuni pazienti, di spostarsi verso altre città per ricevere prestazioni non più disponibili negli ospedali provinciali.
Nel testo si sostiene inoltre che il 9,9% degli anziani rinunci oggi a curarsi, per i tempi di attesa, i problemi logistici, la mancanza di accompagnamento o i disturbi cognitivi legati all’invecchiamento. Le cifre e le informazioni richiamate, precisa l’autore, sarebbero state presentate il 7 ottobre 2026 a Montecitorio da un ente di studi statistici.
La parte conclusiva propone alcuni interventi per salvaguardare le strutture territoriali: restituire ai sindaci la responsabilità politica delle aziende sanitarie locali, garantire alle ASL autonomia gestionale e finanziaria, riaprire i posti letto soppressi, ricostituire le specialità mediche e chirurgiche, distinguere i compiti degli ospedali e collocare gli ospedali di comunità vicino a quelli provinciali. L’obiettivo dichiarato è impedire che la riduzione dei servizi renda l’assistenza effettivamente accessibile soltanto a chi può sostenerne i costi.