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Il movimento sostiene la salute ormonale femminile

Dalla pubertà alla menopausa, esercizi regolari aiutano metabolismo, ossa e ciclo, ma l’eccesso unito a restrizioni può avere effetti opposti.

L’attività fisica regolare non contribuisce soltanto al mantenimento della forma fisica. Può influenzare positivamente il metabolismo, migliorare la sensibilità all’insulina, ridurre l’infiammazione e sostenere il corretto funzionamento dell’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio, il sistema che regola la salute riproduttiva femminile.

Durante l’esercizio, i muscoli svolgono anche una funzione endocrina: rilasciano sostanze chiamate miochine, che comunicano con cervello, fegato e tessuto adiposo e contribuiscono all’equilibrio metabolico dell’organismo. L’efficacia del movimento, tuttavia, dipende anche dal contesto: alimentazione equilibrata, sonno di qualità e gestione dello stress concorrono a preservare la massa muscolare e a mantenere un corretto bilancio energetico.

Dall’adolescenza all’età adulta

Durante l’adolescenza maturano i sistemi ormonali coinvolti nella fertilità, nel metabolismo e nella composizione corporea. In questa fase lo scheletro raggiunge inoltre il picco di densità minerale, costruendo una riserva di massa ossea destinata ad accompagnare la donna nell’età adulta. «L’attività fisica svolge un ruolo fondamentale», spiega Carmela Asteria, endocrinologa e responsabile del Centro di Nutrizione a indirizzo Endocrino-Metabolico dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio.

Un’attività eccessiva associata a diete troppo restrittive può però provocare una condizione di carenza energetica. L’organismo rallenta alcune funzioni e tra le prime a risentirne può essere quella riproduttiva, con irregolarità mestruali o amenorrea. Anche la salute delle ossa può risultare compromessa. Lo sport resta quindi un alleato della crescita, ma deve essere praticato con equilibrio.

Il rapporto tra movimento e ormoni è particolarmente evidente nella sindrome dell’ovaio policistico, indicata nel testo anche come sindrome ovarica metabolica poliendocrina (PMOS) per sottolinearne la natura sistemica. Tra le manifestazioni più comuni figurano ciclo irregolare, difficoltà di ovulazione, acne, aumento della peluria e, in alcuni casi, problemi di fertilità. Spesso alla base c’è l’insulino-resistenza: l’eccesso di insulina può stimolare le ovaie a produrre più androgeni.

Secondo Asteria, l’attività fisica è tra i primi interventi raccomandati dalle linee guida internazionali. Il miglioramento della sensibilità all’insulina può ridurre il meccanismo che alimenta la sindrome e contribuire a riequilibrare la produzione ormonale. Il movimento favorisce inoltre la composizione corporea, riduce il grasso viscerale e aumenta la SHBG, una proteina che lega gli androgeni rendendoli meno attivi. Nel tempo, questi effetti possono accompagnarsi a una maggiore regolarità mestruale e a un miglioramento dei sintomi.

Il ruolo della massa muscolare

Tra i 30 e i 40 anni la produzione degli ormoni sessuali inizia a diminuire gradualmente. Con il passare del tempo si riduce anche la massa muscolare, in un processo noto come sarcopenia, con possibili cali di forza ed efficienza. Una minore quantità di muscolo può rallentare il metabolismo basale e favorire l’accumulo di grasso addominale. Per questo, limitarsi a mangiare meno non rappresenta necessariamente la soluzione: una dieta restrittiva rischia di impoverire ulteriormente la massa muscolare.

In menopausa i cambiamenti possono diventare più evidenti: il metabolismo rallenta, la gestione dei carboidrati è meno efficiente, aumenta la tendenza ad accumulare grasso, soprattutto sull’addome, e può crescere la sensazione di fame. L’obiettivo indicato dall’esperta è preservare la massa muscolare con un’attività regolare e progressiva, adattata alle condizioni di partenza.

La combinazione più efficace comprende esercizi di forza, utili a contrastare la perdita di muscolo e a proteggere le ossa, insieme ad attività aerobiche come camminata veloce, bicicletta o nuoto. Il fattore decisivo, conclude Asteria, è la costanza: la pratica continuativa offre più benefici rispetto a programmi intensivi seguiti soltanto per pochi mesi.