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Come le cellule tumorali scelgono gli organi da colonizzare

Un modello con tessuti ingegnerizzati analizza adattamento e danni in sedi lontane, senza testare trattamenti

La diffusione di un tumore non dipende soltanto dalla capacità delle cellule cancerose di muoversi nel corpo. Un nuovo studio di laboratorio indica che alcune di esse sembrano avere una maggiore predisposizione a raggiungere determinati organi e, una volta insediate, a modificare l’ambiente circostante per favorire la propria sopravvivenza. Il lavoro si concentra quindi su uno dei passaggi più complessi della metastasi, la formazione di nuove sedi tumorali lontane da quella iniziale.

I ricercatori hanno realizzato un modello che mette in comunicazione osso e polmone, due tessuti umani ingegnerizzati collegati da un flusso pensato per simulare la circolazione sanguigna. Nel sistema sono state introdotte cellule tumorali mammarie note per la loro capacità di diffondersi. L’obiettivo non era valutare una cura, ma osservare in condizioni controllate come le cellule escono dai vasi, raggiungono un tessuto distante e cercano di adattarsi al nuovo ambiente.

Comportamenti diversi in base al tessuto

Nel modello sperimentale, le cellule hanno raggiunto sia il tessuto osseo sia quello polmonare. Dopo l’arrivo, però, non si sono limitate a fermarsi: hanno modificato il microambiente, cioè l’insieme di cellule, segnali chimici e strutture che le circondano. Il comportamento variava in base al tipo di cellula e alla sede incontrata.

Le cellule con una maggiore tendenza a colonizzare l’osso si insediavano più facilmente in quel tessuto e provocavano danni più evidenti al materiale osseo simulato, in modo simile alla distruzione dell’osso osservata in alcune metastasi. Quelle con preferenza per il polmone, invece, producevano più alterazioni nel tessuto polmonare e mostravano una capacità inferiore di stabilirsi nell’osso. I risultati suggeriscono che la diffusione non sia del tutto casuale: alcune cellule possono essere più adatte a determinati organi e rimodellare il contesto per sostenerne la crescita.

Uno strumento per la ricerca, non una terapia

Il modello potrebbe aiutare a studiare con maggiore realismo i meccanismi che portano alla colonizzazione di un organo. In prospettiva, sistemi di questo tipo potrebbero essere utilizzati per analizzare i segnali biologici coinvolti e per valutare farmaci mirati a bloccare le fasi iniziali della diffusione tumorale. Al momento, tuttavia, non si tratta di una nuova terapia disponibile per i pazienti.

Lo studio presenta diversi limiti. È stato condotto in laboratorio e non su persone: il sistema riproduce soltanto alcuni aspetti della malattia e non può ricreare tutta la complessità dell’organismo umano, compresi sistema immunitario, ormoni, terapie in corso e differenze individuali. Inoltre, le osservazioni derivano da specifiche linee cellulari e non possono essere estese automaticamente a tutti i tumori della mammella o agli altri tipi di cancro.

Il dato centrale è dunque che la metastasi dipende dall’incontro tra le caratteristiche delle cellule tumorali e l’ambiente dell’organo che le accoglie. La ricerca non modifica oggi la gestione pratica della salute e non indica nuovi esami o comportamenti da adottare. Offre però un modello per approfondire un passaggio cruciale della malattia e, in futuro, sviluppare cure più mirate. Il lavoro, intitolato Organ-specific colonization and niche remodeling in a human tissue model of metastasis, è stato pubblicato su Science Translational Medicine (DOI: 10.1126/scitranslmed.adv6871).