CGIL, CISL e UIL, insieme a SUNIA, SICET e UNIAT dell’Emilia-Romagna, giudicano positive le modifiche alla normativa sull’edilizia residenziale pubblica approvate dall’Assemblea legislativa regionale. Secondo le organizzazioni sindacali, il nuovo impianto elimina criteri ritenuti discriminanti e non più adeguati alla realtà sociale ed economica.
Al centro della posizione c’è il superamento del punteggio legato agli anni di residenza nel Comune. Per le sigle, questo meccanismo penalizza i più giovani, italiani e stranieri, e chi si trasferisce da un territorio all’altro per motivi di lavoro, studio o per avvicinarsi ai servizi. I confini comunali e regionali, sostengono, sono sempre meno rappresentativi dei percorsi e dei bisogni delle persone.
La richiesta sul requisito dei tre anni
Le organizzazioni ricordano di aver chiesto da anni la cancellazione del criterio legato alla permanenza nel territorio e definiscono la delibera un passo verso una maggiore equità. L’edilizia popolare, affermano, deve essere considerata un servizio sociale destinato a rispondere al bisogno abitativo, senza introdurre condizioni estranee alla situazione concreta dei nuclei familiari.
Per questo CGIL, CISL, UIL, SUNIA, SICET e UNIAT chiedono un ulteriore intervento: eliminare anche il requisito di accesso che impone la residenza anagrafica o lo svolgimento di un’attività lavorativa nell’ambito regionale da almeno tre anni. Le sigle sostengono che tale condizione sia stata oggetto di numerose pronunce di incostituzionalità della Corte e sottolineano la differenza tra poter presentare una domanda e ottenere effettivamente un alloggio, risultato che dipende dall’applicazione dei criteri di assegnazione.
Oltre 32mila nuclei in attesa
Nel documento, i sindacati contestano anche le contrapposizioni tra cittadini alimentate, a loro giudizio, dalla diffusione di informazioni false. L’attenzione della politica dovrebbe concentrarsi sul contrasto al disagio abitativo e sull’aumento della disponibilità di abitazioni pubbliche, invece che sulla difesa di un sistema giudicato insufficiente.
Le graduatorie regionali, viene ricordato, superano i 32mila nuclei familiari in attesa. Da qui la richiesta di verificare il livello di adesione dei Comuni al Piano Sfitto Zero della Regione e di conoscere i progetti per recuperare gli alloggi oggi inagibili. Le organizzazioni sollecitano inoltre maggiori risorse, a partire dal livello nazionale, sottolineando la bassa quota di edilizia pubblica dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei.
La posizione conclusiva delle sigle è che il tema centrale debba essere l’ampliamento delle risposte abitative. L’obiettivo, affermano, non è alimentare lo scontro tra persone con bisogni diversi, ma investire in politiche capaci di rendere disponibili più alloggi e di sostenere chi è in difficoltà.