Il Coordinamento lecchese Stop al genocidio ha diffuso un comunicato dopo il divieto, attribuito alle questure di Lecco e Bergamo, di svolgere manifestazioni pubbliche a sostegno della Palestina. Nel testo, pubblicato integralmente come contributo esterno, il gruppo contesta la decisione e sostiene che impedire la mobilitazione rappresenti una limitazione della libertà di espressione e di critica.
Il documento ricostruisce la situazione palestinese prima e dopo il 7 ottobre 2023, presentando una lettura fortemente critica delle politiche israeliane e dell’atteggiamento dei Paesi occidentali. Secondo il coordinamento, prima dell’attacco di Hamas e dell’avvio della successiva offensiva militare, la popolazione palestinese viveva già in condizioni di privazione dei diritti, sotto occupazione e in una situazione descritta nel comunicato come apartheid.
Le accuse contenute nel comunicato
Il gruppo contesta inoltre il modo in cui viene raccontato il conflitto, sostenendo che gli attacchi e i massacri compiuti da Hamas vengano definiti in modo diverso rispetto alle operazioni militari israeliane e alle loro conseguenze sulla popolazione civile. Si tratta di valutazioni espresse dagli autori del documento, che accusano l’Occidente di avere adottato una posizione favorevole al sionismo e di applicare criteri differenti nella lettura degli eventi.
Nel passaggio dedicato ai bilanci della guerra, il coordinamento cita oltre 74.000 vittime, tra cui 21.000 bambini, 263 giornalisti e 560 operatori sanitari. Il testo riferisce anche di più di 175.000 feriti, di circa 4.000 bambini amputati e di circa 9.000 detenuti politici palestinesi, compresi 3.000 prigionieri senza accuse formali e 350 minori. Le cifre sono riportate nel comunicato come dati ufficiali o stime, senza ulteriori indicazioni sulle fonti.
Il decreto e il divieto delle piazze
Un’altra contestazione riguarda il decreto che, secondo il documento, sarebbe stato vicino all’approvazione definitiva e destinato a equiparare sul piano giuridico antisemitismo e antisionismo. Il coordinamento definisce questa prospettiva un ulteriore atto repressivo e una minaccia alla possibilità di criticare le politiche dello Stato di Israele. Nel testo si sostiene inoltre che l’Unione Europea non abbia adottato sanzioni e che l’Italia sia tra i principali fornitori di armi a Israele.
Il comunicato si conclude con la conferma della contrarietà al divieto imposto alle iniziative pubbliche e con lo slogan Non esiste pace sotto occupazione, accompagnato dall’appello a proseguire la resistenza fino alla vittoria. Il testo è stato pubblicato dalla testata come contributo esterno e non come articolo prodotto dalla redazione.