Umbria

Umbria, salari sotto la media e fuga dei laureati

L’analisi camerale segnala criticità nell’innovazione e nelle opportunità professionali, nonostante buoni livelli formativi.

L’Umbria forma più laureati di Toscana e Marche, ma fatica a trattenerli e offre retribuzioni inferiori rispetto al dato nazionale. È quanto emerge dall’analisi della Camera di commercio dell’Umbria sui dati Istat relativi al benessere equo e sostenibile dei territori. Nel complesso, la regione supera la media italiana in 30 indicatori su 60, mentre presenta risultati più deboli sul fronte degli stipendi, dell’innovazione e delle opportunità professionali per i giovani qualificati.

Il saldo negativo dei laureati

Nel 2023 il saldo migratorio dei laureati italiani tra 25 e 39 anni in Umbria era negativo per 14,7 ogni mille residenti laureati della stessa fascia d’età. Il dato comprende i trasferimenti verso altre regioni e verso l’estero. Nello stesso periodo la Toscana registrava un saldo positivo dello 0,3 per mille, mentre le Marche si fermavano a meno 13,7. Tra il 2019 e il 2025 l’Umbria ha perso complessivamente circa 2.700 laureati italiani tra 25 e 34 anni. Il fenomeno è più marcato nella provincia di Terni, con un saldo negativo di 23,5 per mille, rispetto al meno 12 della provincia di Perugia.

Un altro elemento che incide sull’attrattività del territorio è il livello delle retribuzioni. Nel 2023 lo stipendio medio annuo dei lavoratori dipendenti umbri era di 20.993 euro, contro i 23.630 euro della media nazionale e i 22.987 euro del Centro Italia. La differenza rispetto al dato italiano è di 2.637 euro, pari all’11,2 per cento. Il valore è vicino a quello delle Marche, dove la retribuzione media era di 20.956 euro, ma resta inferiore di 1.395 euro rispetto alla Toscana. La Camera di commercio precisa che il confronto risente della composizione dei settori produttivi, dei contratti e delle giornate retribuite e non misura le differenze salariali a parità di mansione e ore lavorate.

Occupazione e formazione

L’Umbria presenta comunque un tasso di occupazione superiore alla media nazionale. Nel 2024 lavorava il 73,4 per cento dei residenti tra 20 e 64 anni, contro il 71,9 per cento del Centro e il 67,1 per cento dell’Italia. La criticità riguarda soprattutto la qualità e le caratteristiche delle opportunità professionali. Nel 2025, sulle circa 70mila assunzioni programmate dalle imprese umbre, soltanto l’8,1 per cento richiedeva una laurea, contro l’11,6 per cento nazionale. La quota era inoltre inferiore a quella delle Marche, pari all’8,7 per cento, e della Toscana, al 9 per cento.

I dati sull’istruzione rappresentano invece uno dei principali punti di forza regionali. Tutti i nove indicatori relativi a istruzione e formazione risultano superiori alla media italiana. Nel 2024 il 75,9 per cento degli umbri tra 25 e 64 anni possedeva almeno un diploma, contro il 66,7 per cento nazionale. Tra i giovani tra 25 e 39 anni la quota di laureati raggiungeva il 35,3 per cento, rispetto al 30,9 per cento italiano. Anche la percentuale di giovani che non studiano e non lavorano era più contenuta: 10,1 per cento contro 15,2 per cento.

Restano critiche la capacità innovativa delle imprese e alcuni servizi. Nel 2021 le domande di brevetto erano 54,5 per milione di abitanti in Umbria, contro 90,1 in Italia, con un divario del 39,5 per cento. Il valore era inferiore anche a quello delle Marche, 77,9, e della Toscana, 82,1. La quota degli addetti alle imprese culturali si fermava inoltre all’1,4 per cento, contro l’1,6 per cento nazionale. Il tasso di infortuni mortali e con inabilità permanente raggiungeva 17,8 casi ogni diecimila occupati, rispetto agli 11 italiani, mentre le perdite delle reti idriche arrivavano al 49,7 per cento, contro il 42,4 per cento.

L’offerta di trasporto pubblico nei capoluoghi e la disponibilità di posti letto ospedalieri ad alta assistenza risultavano inferiori ai livelli nazionali. Tra gli elementi positivi figurano invece la diffusione degli agriturismi, il verde urbano e la presenza di organizzazioni senza scopo di lucro. Gli indicatori si riferiscono ad anni differenti e, precisa la Camera di commercio, il confronto non costituisce una graduatoria tra regioni. Toscana e Marche presentano rispettivamente 30 e 31 indicatori favorevoli, ma soltanto 11 negativi ciascuna.

Secondo il presidente della Camera di commercio, Giorgio Mencaroni, il nodo è la distanza tra le potenzialità dell’Umbria e le opportunità offerte dal sistema economico. Mencaroni sottolinea che non basta creare occupazione, ma occorre aumentarne la qualità e il valore, attraverso uno sforzo condiviso tra istituzioni, università e imprese per favorire investimenti e innovazione.