Tommaso Cerno, direttore de il Giornale, ha presentato a Piacenza il suo ultimo libro, Le ragioni di Giuda – Quando il tradimento ideologico diventa un atto di libertà, pubblicato da Rizzoli. L’incontro si è svolto al PalabancaEventi, nella sala Corrado Sforza Fogliani, per iniziativa dell’Associazione culturale Luigi Einaudi e della Banca di Piacenza. A dialogare con l’autore è stato Antonino Coppolino.
Al centro della serata il rapporto tra libertà, conformismo e responsabilità individuale. Cerno ha spiegato che il volume nasce dall’intreccio tra alcuni passaggi della propria biografia e la storia politica italiana, con l’obiettivo di proporre interrogativi sul modo in cui vengono assunte le decisioni e formulate le opinioni. Secondo il giornalista, la libertà sarebbe oggi messa in discussione da un sistema che sacrifica parte dell’autonomia individuale in nome dell’omologazione.
Il significato del tradimento
Nel ragionamento dell’autore, il tradimento non ha necessariamente un significato negativo. Cerno ha richiamato l’origine comune delle parole tradimento e tradizione, sostenendo che la rottura con un canone precedente può contribuire al cambiamento e al progresso. Da questa prospettiva, il tradimento ideologico può diventare una scelta di coerenza, quando serve a non rinunciare alle proprie convinzioni.
Durante l’incontro Cerno ha affrontato anche il tema della Costituzione, sostenendo che non sarebbe necessario riscriverla, ma riattivarne i principi. Ha inoltre criticato ciò che considera una confusione tra libertà e accettazione indiscriminata di ogni posizione. Tra gli esempi citati, il riferimento alla Camera arbitrale islamica italiana di Padova e al richiamo alla Sharia contenuto nel suo regolamento, invece del Codice civile. Per il direttore de il Giornale si tratterebbe di comportamenti eversivi tollerati in un contesto nel quale la libertà religiosa viene confusa con l’ingresso di una cultura ostile allo Stato liberale.
Le Foibe e la memoria del confine
Una parte della conversazione ha riguardato la terra d’origine di Cerno e le sue contraddizioni storiche. L’autore ha descritto un territorio segnato da lacerazioni, esodi, ritorni e dal confronto con i totalitarismi del Novecento, sospeso tra identità italiana e slava. Ha ricordato di essersi definito in gioventù un randagio, nato in un luogo che allora percepiva come privo di una collocazione precisa e che, con il tempo, ha imparato a riconoscere come ricco di storia.
Nel passaggio dedicato alle Foibe, Cerno ha richiamato le violenze compiute dai partigiani jugoslavi di Tito nel dopoguerra, soffermandosi in particolare sul dramma della foiba di Basovizza e sulla sorte di militari e civili italiani. Il racconto è stato inserito dall’autore nel quadro più ampio delle conseguenze delle ideologie assolute e della guerra civile proseguita, secondo la sua ricostruzione, anche dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Tra gli altri temi affrontati, la caduta del Muro di Berlino, definita uno dei passaggi più importanti della storia contemporanea, e il rapporto con due figure del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari e Indro Montanelli. Rispondendo a una domanda sulla possibilità di lavorare per giornali fondati da personalità tanto diverse, Cerno ha sostenuto che entrambi avrebbero rotto un canone raccontando la propria verità. Al termine dell’appuntamento l’autore si è fermato nella sala per il firmacopie, al quale hanno partecipato diversi presenti.