La Procura di Milano ha chiuso le indagini nei confronti di dieci persone, in vista della richiesta di rinvio a giudizio, per una presunta attività organizzata di repressione ai danni di cittadini cinesi dissidenti. Gli indagati sono accusati di associazione per delinquere finalizzata ad azioni repressive e coercitive nel capoluogo lombardo. Tra loro ci sono otto cittadini cinesi e due italiani.
L’inchiesta è stata condotta dalla Digos della Polizia di Torino e coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Secondo l’accusa, quattro degli indagati sarebbero stati in continuo contatto con le autorità di Pechino. Le contestazioni riguardano attività di monitoraggio, pedinamento, pressioni e minacce rivolte a Li Ying, 34 anni, attivista e dissidente cinese conosciuto sui social con il nome di Teacher Li, seguito da milioni di persone.
Minacce e sorveglianza
All’attivista sarebbero state inviate minacce di morte attraverso i social network e la posta elettronica. Tra i messaggi riportati negli atti figurano frasi come ti puniremo, presto andrai all’inferno e ti taglierò la testa, oltre a riferimenti ai suoi movimenti in Italia. A Li Ying sarebbero state inoltre trasmesse immagini di pistole, con l’obiettivo di intimidirlo.
Gli investigatori contestano anche il controllo delle abitazioni dell’attivista, che sarebbe stato seguito tra Milano e Torino. Negli atti vengono descritti pedinamenti, giri di perlustrazione attorno alle case e verifiche persino sul contenuto dei suoi bidoni della spazzatura. Il materiale recuperato, compreso quello prelevato dalla sua casella postale, sarebbe stato inviato in Cina.
Pressioni sui familiari
Le presunte attività non si sarebbero limitate al territorio italiano. Secondo la ricostruzione della Procura, sarebbero state esercitate pressioni sui familiari e sugli amici di Li Ying presenti in Cina e sarebbero stati diffusi online suoi dati personali. La situazione, sempre secondo l’accusa, lo avrebbe costretto a modificare le proprie abitudini di vita.
Tra gli indagati figurerebbe anche un ex appartenente alle Forze armate cinesi, che avrebbe fotografato i movimenti dell’attivista. Due italiani sono invece accusati di aver imbrattato, nell’ottobre del 2024, un muro esterno dell’abitazione di Li. Nell’ambito dell’indagine sono state recuperate nove videoregistrazioni realizzate con una dashcam installata su un’automobile, oltre a circa 4mila immagini e 35 video relativi alla presunta sorveglianza.
La chiusura delle indagini apre ora la fase che potrebbe portare alla richiesta di processo per i dieci indagati. Le accuse dovranno essere valutate nelle successive sedi giudiziarie e, allo stato, nei loro confronti non è stata pronunciata alcuna sentenza definitiva.