Il calo delle vocazioni, la difficoltà delle comunità a ritrovarsi nella preghiera e il rapporto con una società sempre più secolarizzata sono alcuni dei temi affrontati da un sacerdote con una lunga esperienza, soprattutto nel campo educativo. L’intervista, pubblicata l’11 ottobre 2026, alterna riflessioni serie e battute, con l’obiettivo di interrogarsi sul significato dell’essere preti oggi.
Partendo dalla diminuzione del numero dei sacerdoti, il religioso sostiene che il problema principale non sia rappresentato dai numeri, ma dal modo in cui chi resta interpreta il proprio ruolo. Secondo la sua lettura, le priorità dovrebbero essere chiare: evangelizzazione, preghiera ed Eucaristia prima degli aspetti amministrativi. Ai laici attribuisce invece il compito di occuparsi delle attività proprie delle comunità, chiedendo loro di pretendere dai sacerdoti ciò per cui sono stati chiamati.
Le domande sul senso della vita
Nel colloquio emerge anche il tema delle domande esistenziali, che secondo il sacerdote tornano a manifestarsi proprio nei periodi di maggiore secolarizzazione. Vita, morte e significato dell’esistenza sarebbero interrogativi spesso rimossi o attenuati dal rumore della società contemporanea. Per questo, spiega, non è sempre necessario offrire risposte immediate: può essere utile aiutare le persone a riconoscere e formulare le domande che portano dentro.
Il sacerdote richiama quindi l’idea di una Chiesa capace di attrarre non attraverso il proselitismo, ma mediante il fascino della propria proposta. Nel suo ragionamento cita il messaggio attribuito a Leone XIV e il racconto evangelico dell’invito rivolto da Andrea a Pietro. L’obiettivo, sostiene, sarebbe recuperare il senso autentico del cristianesimo, distinguendolo dalle rappresentazioni superficiali o deformate che possono allontanare le persone dalla fede.
Clero, laici e salute psicologica
Un altro passaggio riguarda la cosiddetta secolarizzazione del clero e la clericalizzazione dei laici. Con toni polemici, l’intervistato critica chi pretende di avere una risposta su ogni questione ecclesiale e osserva che l’abito, pur non definendo da solo un sacerdote, può rendere riconoscibile il suo ruolo. Il richiamo alla preghiera viene presentato come uno degli strumenti attraverso cui il clero dovrebbe ritrovare maggiore consapevolezza della propria missione.
Posizioni nette vengono espresse anche sul rapporto tra fede, psicologia e psichiatria. Il sacerdote distingue la cura della psiche da quella che definisce la dimensione dello spirito, sostenendo che i percorsi psicologici e farmacologici possano aiutare a gestire la sofferenza, ma non risolvere ogni questione profonda. Si tratta di una valutazione personale, formulata nel corso dell’intervista, che non entra nel merito delle diverse competenze e degli approcci clinici.
In chiusura, il messaggio rivolto ai giovani è pragmatico: quando la vita procede senza particolari difficoltà, si può continuare il proprio cammino; quando invece emergono problemi, dipendenze, rabbia o sofferenza, è possibile chiedere aiuto a chi possiede una preparazione specifica. Il sacerdote invita così a mettere alla prova anche il suo ruolo, come si fa con un insegnante, un medico o un meccanico. Una conclusione coerente con il tono dell’intervista, sospeso tra ironia e riflessione sul significato della vocazione.