I grandi immobili dismessi di Viterbo tornano al centro del dibattito sul futuro del capoluogo. Per Laura Allegrini, già senatrice, assessora, consigliera e capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo dei Priori, oggi presidente della Fondazione Vulci, gli edifici inutilizzati sono veri e propri vuoti urbani, capaci di incidere sulla vita economica e sociale della città. La loro presenza, secondo l’ex amministratrice, contribuisce allo spopolamento e alla perdita di attività nel cuore storico.
Uffici e servizi per ripopolare la città
La soluzione più immediata indicata da Allegrini è il ritorno degli uffici pubblici all’interno delle mura. La residenzialità, pur considerata l’obiettivo ideale, sarebbe infatti difficile da recuperare in tempi brevi. Riportare funzioni operative negli edifici abbandonati consentirebbe invece di generare movimento durante il giorno e di sostenere il commercio. Secondo questa impostazione, la presenza degli uffici potrebbe favorire anche il ritorno di banche, sportelli e attività collegate.
Tra gli interventi già avviati viene citato l’ex convento di San Simone e Giuda, interessato da un appalto dell’Ater di Viterbo. Il complesso, che comprende un chiostro e un giardino, potrebbe contribuire a collegare piazza Dante con la Cassia, realizzando una forma di ricucitura urbana. Allegrini richiama anche l’ex convento dei Carmelitani, a piazza Fontana Grande, destinato a ospitare uffici, considerandolo però soltanto uno dei tasselli necessari per invertire il processo di svuotamento.
Le ipotesi per gli immobili storici
Più complesso è il destino di palazzo Donna Olimpia, in via San Pietro. Un progetto di finanza privata era stato presentato durante la consiliatura Arena e successivamente riproposto durante quella della sindaca Frontini, senza ottenere l’approvazione. Per Allegrini il Comune dovrebbe individuare una destinazione e valutare un nuovo project financing, coinvolgendo eventualmente soggetti privati e reperendo le risorse necessarie per il recupero della struttura monumentale. Tra le ipotesi già considerate figurano alloggi universitari, una foresteria, spazi per convegni e la fruizione del giardino, mantenendo comunque una funzione pubblica.
L’ex senatrice esclude che l’Università della Tuscia possa farsi carico da sola di altri edifici. L’ateneo, impegnato anche nella ricostruzione di via Palmanova, avrebbe già recuperato diverse strutture, ma le sue esigenze dipendono dal numero degli iscritti. La responsabilità di definire nuove funzioni per gli immobili comunali e strategici, sostiene Allegrini, dovrebbe quindi restare in capo alle istituzioni pubbliche.
Tra le proposte più ambiziose c’è l’acquisto da parte del Comune dell’ex sede della Banca d’Italia di via Marconi, ritenuta difficilmente valorizzabile se lasciata in mani private. Per palazzo Doria Pamphilj, a San Martino al Cimino, viene invece ipotizzato l’utilizzo come sede della sezione distaccata del conservatorio, mentre palazzo Calabresi potrebbe essere recuperato attraverso un’intesa tra Regione, Provincia e Comune, anche in ragione del collegamento con il palazzo del Podestà.
Il ragionamento riguarda infine il ritorno dei presidi delle forze dell’ordine nel cuore cittadino. Allegrini indica l’ex sede della Banca del Cimino, al Sacrario, come possibile sede per la Guardia di finanza e considera auspicabile anche un rientro della questura nel centro storico. L’obiettivo dichiarato è ricostituire una presenza stabile di istituzioni, servizi e sicurezza, dopo il progressivo trasferimento verso le periferie di banche, uffici comunali, ospedale, tribunale e Banca d’Italia. Un processo che, secondo la sua analisi, ha finito per svuotare la parte medievale e rendere il centro simile a una periferia.