Le infrastrutture verdi non possono essere considerate un semplice elemento di arredo urbano. Per renderle efficaci servono una pianificazione precisa, competenze specialistiche, risorse continuative e manutenzione programmata. È la posizione di Francesco Ferrini, ordinario di arboricoltura all’Università di Firenze, già presidente della Società Italiana di Arboricoltura e presidente del Distretto Rurale Vivaistico Ornamentale della provincia di Pistoia.
Secondo Ferrini, piantare nuovi alberi senza garantire condizioni adeguate di suolo, acqua e cura rischia di produrre soltanto annunci. Il valore di un progetto, infatti, non si misura dal numero di esemplari messi a dimora, ma dalla loro capacità di attecchire e svilupparsi nel tempo. In questo quadro rientra anche la possibilità di trasferire alberi già esistenti, un intervento che richiede valutazioni sulla salute, sulle dimensioni e sulla trapiantabilità degli esemplari.
Il patrimonio arboreo e le aree più esposte
Il trapianto, spiega il docente, può rappresentare un’opportunità, ma il successo non è automatico. Occorre scegliere siti idonei, preservare una zolla adeguata, intervenire nella stagione favorevole e assicurare irrigazione calibrata, pacciamatura e controlli anche per più anni. L’iniziativa di Publiacqua viene indicata come un’occasione da valutare con attenzione, considerando soprattutto il numero di alberi che riusciranno a sopravvivere dopo il trasferimento.
Per capire se una città dispone di una dotazione arborea sufficiente non basta contare gli esemplari presenti. Sono necessari dati sulla copertura delle chiome, sulla loro distribuzione nei quartieri, sullo spazio disponibile per le radici e sull’accessibilità delle aree verdi. Pistoia dichiara 14.239 alberi censiti al 30 marzo 2026, ma il dato fotografa il patrimonio registrato e non consente, da solo, di stabilire il fabbisogno. Per individuare eventuali carenze occorre incrociare la presenza degli alberi con le temperature e con la vulnerabilità della popolazione.
Ombra, cura e sicurezza
Ferrini considera utili anche le mappe dei rifugi climatici, purché indichino accessibilità, orari e percorsi. Questi strumenti, però, dovrebbero accompagnare una trasformazione più ampia degli spazi urbani, con maggiore ombra lungo i tragitti quotidiani, suoli permeabili, alberi dotati di spazio sufficiente e collegamenti verdi tra le diverse aree dei quartieri.
Anche la gestione degli alberi malati richiede valutazioni individuali. Una patologia non significa automaticamente che l’esemplare sia pericoloso, così come una chioma verde non garantisce la stabilità dell’albero. Diagnosi precoci, cure mirate e miglioramento delle condizioni del suolo possono evitare in alcuni casi l’abbattimento, che dovrebbe essere deciso soltanto dopo un esame documentato delle alternative, quando il rischio non è gestibile in altro modo.
Tra le esperienze da osservare vengono citate Melbourne, per la pianificazione della foresta urbana, Vitoria-Gasteiz, per il collegamento tra parchi e aree naturali, Vienna, per l’integrazione tra alberi e raccolta dell’acqua piovana, Barcellona, per la programmazione ventennale della gestione arborea e dei rifugi climatici, e Copenaghen, per la tutela degli alberi di particolare valore. Il principio indicato dal docente è integrare obiettivi, gestione e verifica dei risultati nel tempo.