Senigallia (AN)

Alluvione Senigallia, in aula parla l’ex sindaco Mangialardi: “duro rivivere quei momenti, ma ho contestato le accuse”

Alluvione Senigallia, in aula parla l’ex sindaco Mangialardi: “duro rivivere quei momenti, ma ho contestato le accuse”

ANCONA – È stata una giornata lunga e impegnativa, ma per me estremamente importante. Dopo dodici anni ho finalmente avuto la possibilità di ricostruire dettagliatamente, davanti al Tribunale dell’Aquila, ciò che è realmente accaduto il 3 maggio 2014 e di rispondere, punto per punto, a contestazioni che ho sempre considerato profondamente sbagliate, fondate su interpretazioni forzate, ricostruzioni parziali e una decontestualizzazione dei fatti.

Così in una nota il consigliere regionale del pd, Maurizio Mangialardi, ripercorre le sue dichiarazione in aula nel corso del processo per l’alluvione che colpì Senigallia nel 2014, provocando quattro morti e danni per oltre 400 milioni di euro. Mangialardi, all’epoca dei fatti sindaco della città, è imputato insieme ad altre 7 persone con l’accusa di inondazione colposa .

In oltre cinque ore di esame ho ripercorso anni di attività amministrativa, affrontando le questioni relative al Piano di assetto idrogeologico, alle perimetrazioni delle aree a rischio, al Percorrimisa, al porto, alle vasche di espansione e alla pianificazione di protezione civile. Vicende diverse, riferite a periodi, competenze e responsabilità istituzionali differenti, che ritengo siano state ricondotte impropriamente alla figura del sindaco.

Ho ritrovato in diverse contestazioni elementi di una ricostruzione già presentata pubblicamente il 13 marzo 2015, al Teatro Portone di Senigallia, nel corso di un’assemblea condotta dallo stesso avvocato di parte civile che mi ha interrogato nell’ultima udienza. Una circostanza che considero significativa e che merita una riflessione.

Ho avuto inoltre modo di chiarire alcune incongruenze emerse dalle dichiarazioni testimoniali e di ricostruire puntualmente la sequenza dell’emergenza, spiegando come il Comune abbia operato nel rispetto delle procedure previste dal piano di protezione civile.

Prima delle 7.05 il Comune non aveva ricevuto alcuna comunicazione sul mutamento delle condizioni di rischio e sul passaggio dalla fase di attenzione a quella di preallarme da parte degli enti preposti al monitoraggio dei fiumi, alla valutazione dei dati e alla trasmissione delle comunicazioni. Appena ricevuta l’informazione, la macchina comunale dell’emergenza si è immediatamente attivata: già alle 7.15 era stato convocato il Centro operativo comunale, mentre la Sala operativa integrata della Prefettura sarebbe stata attivata soltanto alle 8.15, un’ora dopo.

Il fatto determinante è non prevedibile , che ha radicalmente cambiato la dinamica dell’alluvione, è stata la rottura dell’argine a Borgo Bicchia, per circa 57 metri. Un cedimento che ha generato un secondo fiume parallelo al Misa, riversando sulla città un’enorme massa d’acqua attraverso percorsi diversi da quelli previsti dalla pianificazione di emergenza. La centralità di quella rottura è emersa anche dalla deposizione del professor Mancini, consulente tecnico dell’accusa.

Quell’evento ha stravolto lo scenario di riferimento per le ordinarie procedure di comunicazione e gestione del rischio, ma non ha impedito alla macchina dei soccorsi di funzionare con straordinaria efficacia.

Mentre nel processo si discutono le scelte e le responsabilità precedenti all’alluvione, ho voluto ricordare anche tutto ciò che abbiamo fatto dopo: una città devastata da soccorrere, famiglie da assistere, servizi da ripristinare e risorse da reperire.

Grazie a uno straordinario impegno delle strutture comunali, delle istituzioni e di migliaia di volontari, in meno di venti giorni Senigallia era stata restituita alla propria comunità, consentendo anche l’avvio della stagione estiva.

Ricostruire quei fatti è stato per me molto duro anche sul piano emotivo. Ho rivissuto la devastazione della città, il dolore delle famiglie e il peso delle decisioni assunte in quelle ore. A questo si aggiunge il costo psicologico, fisico ed economico di una vicenda giudiziaria che si trascina da dodici anni e che ha inciso profondamente sulla mia vita politica e personale.

Non posso neppure ignorare la particolarità di essere stato interrogato da un avvocato di parte civile che oggi è anche un esponente di Fratelli d’Italia e mio collega in Consiglio regionale. Una circostanza che considero politicamente significativa, nel pieno rispetto dei diversi ruoli e delle prerogative professionali.

Ringrazio le avvocate Marina Magistrelli e Monica Clementi per la professionalità, il rigore e lo straordinario lavoro svolto.

Il processo continua e sarà il Tribunale a pronunciarsi. Ma voglio ribadirlo con assoluta fermezza: in quelle ore e nei giorni successivi abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità, andando per molti aspetti anche oltre quanto richiesto dalle nostre competenze.

Di quel lavoro, della capacità organizzativa dimostrata e della straordinaria solidarietà della nostra comunità sono profondamente orgoglioso. Anche perché molto di ciò che ancora oggi funziona nel sistema locale di protezione civile nasce proprio dall’esperienza e dal lavoro costruito in quei giorni.

Dopo dodici anni ho finalmente potuto raccontare tutto questo davanti a un giudice. Un passaggio fondamentale per ristabilire la realtà dei fatti e restituire dignità al lavoro di un’intera comunità.