Una nuova strategia sperimentale punta a combattere la leucemia mieloide acuta in modo diverso dalle terapie tradizionali: invece di rallentare il metabolismo delle cellule malate, cerca di mantenerlo attivo mentre ne blocca la capacità di smaltire le proteine danneggiate. L’obiettivo è provocare un sovraccarico energetico capace di portare le cellule tumorali al collasso.
La leucemia mieloide acuta è un tumore del sangue aggressivo. Anche quando risponde alle prime cure, può ripresentarsi a causa di cellule staminali leucemiche che sopravvivono ai trattamenti. I ricercatori hanno studiato il ruolo di mTORC1, un regolatore della crescita e del consumo di energia cellulare, e del complesso proteico TSC, che agisce come un freno.
Durante la chemioterapia, le cellule leucemiche possono ridurre la propria attività metabolica per proteggersi dallo stress. Per contrastare questo meccanismo è stata progettata al computer AcTor, una molecola sperimentale capace di bloccare il freno rappresentato da TSC e di mantenere attivo mTORC1. L’uso della molecola da sola, tuttavia, si è rivelato rischioso: secondo gli autori, può favorire la progressione della malattia.
La combinazione con ixazomib
La strategia è stata quindi testata insieme a ixazomib, un farmaco appartenente alla classe degli inibitori del proteasoma. Il proteasoma svolge una funzione simile a un sistema di smaltimento dei rifiuti cellulari: quando viene bloccato, le proteine danneggiate si accumulano.
Nei test su linee cellulari, campioni ottenuti da pazienti e modelli animali, la combinazione ha prodotto un cortocircuito nei mitocondri, le strutture che forniscono energia alla cellula. Le cellule leucemiche sono state costrette a consumare più energia mentre non riuscivano a eliminare le proteine alterate. Il risultato è stato uno stress ossidativo fatale, seguito dall’autodistruzione cellulare.
L’effetto è stato osservato anche sulle cellule staminali leucemiche e su forme resistenti ai farmaci tradizionali, comprese quelle associate a mutazioni difficili da trattare come quelle del gene TP53. I risultati, però, restano confinati alla fase preclinica e non dimostrano ancora l’efficacia o la sicurezza del trattamento nell’essere umano.
Una ricerca ancora preliminare
Nei topi la combinazione è stata considerata complessivamente tollerata, ma ha causato anche una riduzione parziale delle cellule staminali sane del midollo osseo. Saranno quindi necessari ulteriori studi per valutare il comportamento di AcTor nell’organismo, individuare i dosaggi sicuri e chiarire i possibili effetti indesiderati a lungo termine.
Un punto particolarmente delicato riguarda la somministrazione: la molecola dovrà essere utilizzata in schemi precisi per evitare che, agendo da sola, finisca per stimolare la crescita tumorale. Lo studio pubblicato su Molecular Cancer, con DOI 10.1186/s12943-026-02689-4, apre dunque una nuova direzione di ricerca, ma non propone una terapia già disponibile per i pazienti.