Una semplice infusione potrebbe, in futuro, permettere di riprogrammare direttamente nell’organismo alcune cellule del sistema immunitario, senza doverle prelevare e modificare in laboratorio. È l’ipotesi esplorata da uno studio pubblicato su Nature Biotechnology, che ha sperimentato nanoparticelle lipidiche per trasformare le cellule natural killer, o NK, in strumenti mirati contro malattie tumorali e autoimmuni.
Le terapie cellulari oggi più avanzate, come le CAR-T, richiedono il prelievo dei linfociti T dal sangue del paziente, la loro modifica genetica in centri specializzati, la moltiplicazione in laboratorio e infine la reinfusione. Si tratta di procedure personalizzate, complesse e costose. Il nuovo approccio punta invece a trasferire le istruzioni genetiche alle cellule NK mentre si trovano ancora nel corpo.
Come agiscono le nanoparticelle
I ricercatori hanno utilizzato nanoparticelle lipidiche, strutture simili a quelle impiegate in alcune tecnologie a RNA messaggero. Sulla loro superficie sono state inserite molecole capaci di riconoscere selettivamente le cellule NK. Una volta nel flusso sanguigno, le particelle hanno trasportato l’RNA necessario a trasformarle in cellule dotate di recettori CAR, progettati per individuare bersagli specifici.
Nei modelli animali, il sistema ha modificato fino a quattro cellule bersaglio su cinque, con un coinvolgimento minimo degli altri tessuti. Nei topi portatori di modelli di tumori del sangue di origine umana, le cellule riprogrammate hanno fatto regredire la malattia. In un modello di epatite autoimmune, hanno invece eliminato i linfociti T responsabili dell’attacco al fegato, riducendo il danno all’organo.
La strategia è stata testata anche sui tumori solidi, dove le nanoparticelle sono state impiegate per disattivare alcuni meccanismi con cui il cancro ostacola la risposta immunitaria. L’utilizzo delle cellule NK potrebbe inoltre superare un limite delle terapie basate sui linfociti T: quando la malattia è causata proprio da T patologici, le cellule terapeutiche rischiano di attaccarsi tra loro.
Una prova ancora lontana dalla pratica clinica
I risultati, pur interessanti, rappresentano soltanto una prova di concetto preclinica. Gli esperimenti sono stati condotti sui topi, in alcuni casi trapiantati con cellule umane per riprodurre più fedelmente la malattia. Non è ancora noto se le nanoparticelle manterranno la stessa precisione nelle persone, quanto durerà l’effetto delle cellule modificate o quali reazioni immunitarie indesiderate potranno verificarsi.
Per questo motivo, lo studio non introduce oggi una nuova cura da richiedere al medico e non modifica le opzioni terapeutiche disponibili. Prima di un eventuale impiego clinico saranno necessari test sull’uomo per verificare sicurezza ed efficacia. Se questi passaggi daranno esito positivo, la tecnica potrebbe aprire la strada a immunoterapie più rapide da somministrare e potenzialmente applicabili anche a malattie autoimmuni e tumori difficili da trattare. Il lavoro è stato pubblicato con il titolo In vivo engineering of CAR natural killer cells for immunotherapy using ligand-directed lipid nanoparticles, DOI 10.1038/s41587-026-03310-1.