La presenza contemporanea di vitamina D bassa e glicemia elevata negli esami del sangue non dimostra, da sola, che esista un rapporto diretto tra i due fenomeni. Gli studi osservazionali mostrano che chi ha livelli inferiori di vitamina D presenta più spesso valori glicemici elevati e un rischio maggiore di sviluppare il diabete di tipo 2. Si tratta però di un’associazione, non della prova che la carenza provochi l’aumento degli zuccheri.
Alcuni fattori possono infatti influenzare entrambi i parametri. Sovrappeso e obesità, per esempio, sono collegati sia a una minore concentrazione circolante di vitamina D sia a una maggiore probabilità di sviluppare alterazioni del metabolismo glucidico. Per questo, correggere una carenza con un integratore non porta automaticamente la glicemia a diminuire e non equivale a una cura del diabete.
Il possibile ruolo nella prevenzione del diabete
Il quadro cambia quando una persona si trova già in una condizione di prediabete, cioè quando gli zuccheri nel sangue sono superiori alla norma ma non hanno ancora raggiunto la soglia diagnostica del diabete. Una metanalisi ha riunito i dati individuali di 4.190 adulti con prediabete coinvolti in tre studi clinici randomizzati.
Considerati nel loro insieme, i risultati hanno indicato in tre anni una riduzione relativa del rischio del 15% di sviluppare il diabete, pari a una riduzione assoluta di 3,3 punti percentuali. In termini pratici, tra 100 persone con caratteristiche simili e trattate per tre anni si sono osservati circa tre casi in meno di progressione, non quindici.
Il risultato va comunque interpretato con cautela. Presi singolarmente, i tre studi non avevano evidenziato un effetto statisticamente significativo; inoltre, uno utilizzava l’eldecalcitolo, un analogo attivo della vitamina D diverso dai comuni prodotti da banco. Le analisi non hanno neppure dimostrato con certezza che il beneficio sia maggiore nelle persone che partivano da una carenza.
Per queste ragioni le società scientifiche non hanno una posizione uniforme. L’Endocrine Society suggerisce l’integrazione negli adulti con prediabete ad alto rischio, sempre insieme agli interventi sullo stile di vita. L’American Diabetes Association mantiene invece un approccio più prudente, considerati i dubbi sui dosaggi e sul rapporto complessivo tra benefici e rischi.
Diabete già diagnosticato e rischi del fai-da-te
Per chi ha già un diabete di tipo 1 o di tipo 2 e presenta livelli normali di vitamina D, l’integrazione universale non è raccomandata per migliorare il controllo degli zuccheri. Alcune analisi di piccoli studi hanno rilevato dopo dodici settimane una riduzione dell’emoglobina glicata di circa 0,30 punti percentuali, ma la breve durata delle ricerche, i campioni ridotti e la varietà dei trattamenti non consentono di considerarlo un beneficio stabile o una protezione dalle complicanze.
La vitamina D può quindi essere assunta per correggere una carenza documentata, anche in relazione alla salute delle ossa, ma non deve sostituire i farmaci ipoglicemizzanti. Negli adulti sani senza indicazioni cliniche specifiche, inoltre, non è raccomandato lo screening di routine e non esiste un valore ematico definito da raggiungere per ottenere vantaggi sulla glicemia.
Un’assunzione eccessiva può provocare ipercalcemia, cioè un aumento del calcio nel sangue, con possibili danni renali nei casi più gravi. Il limite superiore tollerabile indicato negli Stati Uniti è di 4.000 UI al giorno considerando tutte le fonti: una soglia di sicurezza, non una dose destinata a regolare il metabolismo degli zuccheri. In caso di prediabete ad alto rischio o di sospetta carenza, la scelta dell’integratore e del dosaggio va concordata con il medico.