Capire se esiste una carenza di vitamina D osservando soltanto come ci si sente non è semplice. Il deficit può rimanere asintomatico anche quando i livelli nel sangue sono molto bassi, mentre disturbi comuni come la stanchezza possono dipendere da numerose altre cause. Anche dopo i 50 anni non esiste quindi un confine biologico che renda automaticamente necessario aggiungere questo esame ai controlli annuali.
I sintomi diventano più indicativi soprattutto quando la carenza è severa e prolungata. Nell’adulto può comparire l’osteomalacia, una condizione che indebolisce lo scheletro e può provocare dolore osseo e debolezza muscolare. Un’attenzione particolare va riservata ai dolori persistenti e alla perdita di forza nelle cosce e nei glutei, soprattutto se rendono difficile alzarsi da una sedia o si associano a cadute senza causa evidente. La sola spossatezza, invece, è troppo generica per orientare una diagnosi.
Quando il dosaggio può essere utile
Per gli adulti generalmente sani tra i 50 e i 74 anni, le linee guida dell’Endocrine Society suggeriscono di non effettuare di routine il dosaggio della vitamina D. Anche la U.S. Preventive Services Task Force considera insufficienti le prove per stabilire che uno screening esteso alle persone senza sintomi produca benefici superiori ai rischi. Dopo i 75 anni può essere valutata un’integrazione preventiva senza esami preliminari, ma i controlli indiscriminati sui soggetti sani restano sconsigliati.
La valutazione cambia quando esiste un motivo clinico preciso. Il medico può richiedere l’esame in presenza di disturbi muscolari o ossei persistenti, oppure di condizioni che ostacolano l’assorbimento dei nutrienti o modificano il metabolismo della vitamina. Tra queste rientrano celiachia e malattia di Crohn, gli interventi di chirurgia bariatrica, l’uso prolungato di alcuni antiepilettici o cortisonici, specifiche malattie delle ossa e valori elevati di paratormone.
Quale valore controllare nel referto
L’esame indicato è la misurazione nel sangue della 25-idrossivitamina D totale, riportata spesso con la sigla 25(OH)D. La 1,25-diidrossivitamina D, o calcitriolo, è invece un parametro diverso e non serve a valutare le riserve dell’organismo. I risultati devono essere interpretati considerando anche il metodo utilizzato dal laboratorio e la situazione clinica della persona.
In generale, valori pari o superiori a 20 ng/mL sono considerati adeguati per la maggior parte delle persone. Sotto i 12 ng/mL aumenta il rischio di carenza, mentre tra 12 e 20 ng/mL si parla di possibile inadeguatezza. Le soglie non valgono però in modo identico per tutti: chi soffre di osteoporosi o segue terapie specifiche per le ossa può avere obiettivi differenti, stabiliti dal medico.
In presenza di dolore osseo continuo, difficoltà a sollevarsi da seduti o cadute ripetute è opportuno rivolgersi al medico prima di assumere integratori. Dosi elevate prese autonomamente possono causare ipercalcemia, cioè un eccesso di calcio nel sangue, con possibili danni renali nei casi più gravi. L’obiettivo non è inseguire un valore perfetto, ma ricorrere al test quando la storia clinica lo rende realmente utile.