Uno studio di laboratorio propone una nuova chiave di lettura per comprendere alcuni meccanismi della leucemia mieloide acuta, un tumore del sangue che colpisce le cellule del midollo osseo destinate a diventare globuli bianchi. La ricerca si concentra sul comportamento di una proteina durante la divisione cellulare, cioè nel momento in cui una cellula duplica e separa i propri cromosomi.
In circa un caso su tre di questa forma di leucemia è presente un’alterazione del gene NPM1, che contiene le istruzioni per produrre la nucleofosmina. In condizioni normali, la proteina si trova soprattutto nel nucleolo, una struttura interna al nucleo. Quando è alterata, invece, tende a spostarsi nel citoplasma, lo spazio esterno al nucleo. Finora l’attenzione si era concentrata soprattutto sui meccanismi che regolano il passaggio della nucleofosmina tra queste due aree della cellula.
Il ruolo della divisione cellulare
I ricercatori hanno studiato cellule in coltura durante la mitosi. In questa fase i cromosomi sono circondati dalla periferia cromosomica, uno strato organizzato in larga parte dalla proteina Ki-67. Mappando le molecole che si legano a Ki-67, il gruppo ha identificato nuovi componenti del rivestimento e ha osservato che i geni corrispondenti risultano spesso mutati nei tumori.
La nucleofosmina normale si lega alla periferia cromosomica e questo sembra aiutarla a ritrovare la propria sede nelle cellule figlie. La versione mutata, invece, si lega con maggiore difficoltà e tende a formare ammassi. Durante l’avvio della divisione, inoltre, le barriere interne della cellula si dissolvono: le forme normale e alterata della proteina possono così entrare in contatto e unirsi. Il risultato è che una quantità minore di nucleofosmina torna nel nucleolo dopo la divisione.
Quando gli scienziati hanno aumentato artificialmente la quantità di Ki-67, lo strato attorno ai cromosomi è diventato più capiente e una parte maggiore della nucleofosmina mutata è tornata nella posizione corretta. L’osservazione suggerisce un possibile ruolo della periferia cromosomica nel determinare la localizzazione della proteina, ma non equivale a un trattamento già disponibile.
Un’associazione da interpretare con cautela
Il gruppo ha analizzato anche dati già disponibili su pazienti con leucemia mieloide acuta. Livelli più elevati di Ki-67 risultavano associati a una sopravvivenza peggiore nelle persone senza la mutazione di NPM1, mentre sembravano collegati a un rischio più basso tra quelle che presentavano l’alterazione. Si tratta però di una associazione statistica, non della prova che Ki-67 abbia un effetto protettivo.
La proteina è generalmente considerata un indicatore della rapida moltiplicazione cellulare e, in molti tumori, di una malattia più aggressiva. Il dato va quindi interpretato nel contesto clinico e non può essere utilizzato per trarre conclusioni individuali. Il significato di Ki-67 dipende dal tipo di tumore e dalle altre informazioni disponibili nel referto.
La ricerca è stata condotta su cellule in laboratorio e non modifica oggi le terapie né indica nuove abitudini da adottare. Un eventuale valore di Ki-67 deve essere discusso con l’ematologo o l’oncologo che segue il caso. Il lavoro, pubblicato su Nature Communications, indica soltanto una possibile area da esplorare: la periferia cromosomica potrebbe diventare in futuro un bersaglio di ricerca accanto alle terapie esistenti. Serviranno ulteriori studi per capire se questa ipotesi potrà tradursi in benefici concreti per i pazienti.