L’attenzione è una funzione essenziale per seguire una conversazione in un ambiente rumoroso, leggere senza perdere il filo o concentrarsi su un compito. Con l’avanzare dell’età può cambiare, proprio come altre capacità cognitive. Un nuovo studio ha esaminato se alcuni modelli alimentari possano essere associati a questa evoluzione e se il legame vari in base alla presenza di una specifica caratteristica genetica.
Lo studio su alimentazione e capacità cognitive
I ricercatori hanno seguito 185 persone anziane, con un’età media di circa settant’anni e senza diagnosi di demenza all’inizio dell’indagine. Al primo incontro, i partecipanti hanno compilato un questionario sulla frequenza di consumo di diversi alimenti. In seguito hanno svolto test su memoria, linguaggio, attenzione e capacità di pianificazione, ripetuti ogni diciotto mesi per un periodo che poteva arrivare a circa sette anni e mezzo.
Dalle risposte sono stati individuati due modelli alimentari. Il primo, definito occidentale, comprendeva soprattutto carni lavorate, cereali raffinati e dolci. Il secondo, indicato come prudente, era associato a scelte considerate più salutari. Il gruppo di ricerca ha inoltre distinto i partecipanti portatori della variante ε4 del gene APOE, una caratteristica ereditaria nota per aumentare il rischio di Alzheimer e presente in circa una persona su tre nel campione.
Un’associazione da interpretare con cautela
Tra i portatori della variante ε4, le persone con un’alimentazione più vicina al modello occidentale hanno mostrato un calo più rapido dell’attenzione nel corso del tempo. Nelle persone prive della variante questo legame non è emerso. L’associazione non è stata osservata nemmeno per memoria, linguaggio e capacità di pianificazione, né per il modello alimentare prudente.
Il risultato, tuttavia, non dimostra che quel tipo di dieta provochi il declino dell’attenzione. Si tratta infatti di uno studio osservazionale: gli autori hanno registrato comportamenti e prestazioni senza modificare l’alimentazione dei partecipanti. Inoltre, dopo aver escluso le persone che presentavano già possibili difficoltà cognitive all’inizio, il legame si è indebolito fino a non risultare più statisticamente solido.
Gli autori segnalano diversi limiti. I portatori della variante erano poche decine, molti partecipanti non hanno completato il percorso e l’alimentazione è stata misurata una sola volta, senza verificare eventuali cambiamenti successivi. Le analisi suggeriscono anche che l’entità dell’effetto potrebbe essere stata sovrastimata. Infiammazione, stress ossidativo e minore sensibilità all’insulina sono stati indicati come possibili meccanismi, ma non sono stati verificati con esami specifici.
Il messaggio pratico resta coerente con le indicazioni generali per la salute cardiovascolare e metabolica: ridurre carni lavorate, prodotti raffinati e alimenti zuccherati può essere una scelta ragionevole. Non è però necessario considerare la variante ε4 come un destino o interpretare lo studio come una prescrizione individuale. Le indicazioni alimentari restano sostanzialmente le stesse e, per dubbi personali, è opportuno rivolgersi al proprio medico. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista Nutrients con il titolo Dietary Patterns and Cognitive Decline in Older Adults: Findings from the Western Australia Memory Study.