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Pressione bassa: il caffè non cura i capogiri

La caffeina può alzare temporaneamente i valori, ma le prove sui disturbi restano limitate

Il caffè può far aumentare temporaneamente la pressione arteriosa, ma questo non significa che sia in grado di risolvere i disturbi associati ai cali pressori. In particolare, non ci sono prove solide che una tazzina riduca i capogiri quando ci si alza o altri sintomi legati all’ipotensione.

La stima più citata sull’effetto della caffeina deriva da una revisione di cinque studi condotti su persone con pressione alta. Con dosi comprese tra 200 e 300 milligrammi di caffeina, la pressione aumentava in media di circa 8 mmHg per il valore massimo e di 6 mmHg per quello minimo. L’effetto compariva entro la prima ora e durava almeno tre ore.

Si tratta però di dati riferiti a dosaggi precisi e a persone ipertese, non all’espresso consumato abitualmente da chi ha la pressione bassa. La risposta varia inoltre da individuo a individuo e può essere diversa anche in base all’abitudine a bere caffè. Per questo non è possibile prevedere con certezza che cosa farà una singola tazzina.

Le prove sui sintomi sono deboli

La caffeina è stata studiata soprattutto nei casi di ipotensione ortostatica neurogena, cioè nel calo pressorio che si verifica passando alla posizione eretta a causa di un’alterazione del sistema nervoso che regola la circolazione. Una revisione ha individuato soltanto cinque studi, con gruppi composti da 5 a 16 partecipanti e un alto rischio di distorsioni.

Solo due ricerche valutavano la caffeina da sola e i risultati erano incoerenti. Negli altri studi veniva associata all’ergotamina, rendendo impossibile distinguere l’effetto dei due trattamenti. Inoltre, la sostanza era somministrata in compresse e non attraverso una bevanda. Manca quindi una prova affidabile che il caffè migliori i disturbi, anche se questo non equivale a dimostrare che sia del tutto inutile.

Gli autori della revisione ipotizzano un possibile impiego soltanto nei casi che non rispondono ad altre soluzioni, dopo aver valutato trattamenti con evidenze migliori. Si tratta di una considerazione specialistica basata su dati limitati, non di un invito a ricorrere al fai da te.

Prima va cercata la causa

Una pressione inferiore a 90/60 mmHg non provoca necessariamente sintomi e, se la persona sta bene, non richiede di per sé un intervento per aumentarla. Diverso è il caso dell’ipotensione ortostatica, che viene valutata quando entro tre minuti dal passaggio in piedi si verifica un calo persistente di almeno 20 mmHg per la massima o 10 mmHg per la minima.

Una misurazione da seduti, quindi, non è sufficiente per documentare il problema. Se compaiono capogiri ricorrenti o altri disturbi, è importante valutare quando si presentano, che cosa li scatena e se possono dipendere da fattori correggibili, come una carenza di liquidi o un’anemia. Anche alcuni farmaci, compresi quelli per l’ipertensione, possono contribuire ai cali: eventuali modifiche devono essere decise dal medico.

Aumentare il consumo di caffè può inoltre provocare palpitazioni, ansia, tremori e insonnia. Il limite generale di 400 milligrammi di caffeina al giorno indicato per la maggior parte degli adulti non rappresenta una dose terapeutica e non garantisce l’assenza di effetti indesiderati.

Capogiri ripetuti e svenimenti richiedono una valutazione medica. L’assistenza urgente è necessaria se la perdita di coscienza è accompagnata da dolore al petto, mancato recupero completo, difficoltà a parlare o a muoversi, oppure se avviene durante uno sforzo fisico o mentre si è sdraiati. In questi casi il caffè non sostituisce i soccorsi.