Sotto il centro storico di Viterbo si estende una rete di cavità scavate nel tufo, formata da cunicoli, cisterne e passaggi che documentano l’evoluzione della città nel corso dei secoli. Si tratta di un patrimonio ipogeo stratificato, nato per rispondere a esigenze idrauliche e successivamente utilizzato per funzioni religiose, civili e di protezione.
Le origini del sistema risalirebbero all’epoca etrusca, quando la gestione delle risorse idriche portò alla realizzazione di cunicoli destinati a drenare il terreno e raccogliere le acque piovane. In seguito, i Romani ampliarono e perfezionarono queste strutture. Alcuni ambienti sotterranei furono impiegati anche per pratiche di culto legate all’acqua e alla sacralità della roccia.
Le tracce sotto i palazzi
Con il passare del tempo, le cavità entrarono a far parte dell’organizzazione dell’abitato. Sotto diversi edifici storici sono state documentate grandi cisterne e gallerie, la cui conformazione consente di comprendere quanta acqua potessero contenere e quale ruolo avessero nella vita quotidiana delle comunità. Il sottosuolo restituisce così elementi utili a ricostruire anche lo sviluppo urbanistico della città.
La rete raggiunse una particolare complessità durante il Medioevo. I passaggi, conosciuti come bottini, collegavano alcuni punti strategici del centro e potevano consentire spostamenti protetti in caso di assedio o di emergenza. La contrada Sant’Angelo fu rinominata Contrada Cunicoli proprio per la presenza capillare di queste strutture. Altri collegamenti sotterranei univano il Palazzo Papale e il Duomo di San Lorenzo, attraversando il colle sul quale si concentra il cuore religioso della città.
Dalla guerra all’abbandono
Nel Novecento, una parte di questi spazi venne riutilizzata come rifugio durante la guerra. Il Regio Decreto del 1936 impose la realizzazione di strutture antiaeree e molte cantine o gallerie preesistenti furono adattate per accogliere la popolazione durante i bombardamenti. Tra gli esempi ricordati figura il rifugio di Piazza della Repubblica, capace di ospitare migliaia di persone.
Terminato il conflitto, numerosi ingressi furono murati e molte cavità finirono nell’abbandono o vennero utilizzate in modo improprio. Una parte della memoria legata a questi luoghi si è così dispersa. Negli ultimi anni, il lavoro di studiosi e associazioni ha contribuito a riportare l’attenzione su un patrimonio ancora in larga parte da conoscere, con l’obiettivo di favorirne la tutela e la valorizzazione culturale.