Una Pet potrebbe consentire di evitare il prelievo del midollo osseo a molti bambini e adolescenti con rabdomiosarcoma, un tumore maligno dei tessuti molli. La prospettiva emerge da uno studio internazionale coordinato dall’Irccs Sant’Orsola di Bologna, con primo autore Federico Mercolini, medico dell’Oncoematologia pediatrica diretta da Arcangelo Prete. Il lavoro è stato pubblicato sul Journal of Clinical Oncology ed è stato presentato come il primo studio al mondo di questo tipo.
Il confronto su 423 pazienti
I ricercatori hanno analizzato retrospettivamente i dati di 423 bambini e adolescenti seguiti in centri europei e nordamericani. I risultati della Pet sono stati confrontati con quelli del prelievo bilaterale di midollo osseo, utilizzato per verificare se la malattia si fosse diffusa anche a questo livello durante la stadiazione.
L’esame ha individuato le lesioni con una sensibilità del 98%. Soltanto in un caso il prelievo del midollo ha rilevato metastasi non evidenziate dalla Pet. Il test utilizzato è la Pet con fluorodesossiglucosio, un tracciante che permette di osservare l’attività metabolica dei tessuti: le cellule tumorali consumano più glucosio rispetto a quelle sane e possono quindi risultare più facilmente visibili.
Secondo gli autori, quando la Pet non mostra segni di interessamento del midollo osseo, il prelievo potrebbe essere evitato senza compromettere la precisione della diagnosi sullo stadio del tumore. Il risultato non esclude però verifiche aggiuntive nei casi dubbi: la presenza di aree sospette può richiedere una risonanza magnetica e, se necessario, una biopsia per confermare la natura della lesione.
Un possibile cambiamento nel percorso di cura
Il prelievo del midollo osseo è una procedura invasiva, associata a dolore e disagio, e richiede anestesia o sedazione. Ridurne il ricorso potrebbe alleggerire il percorso diagnostico dei pazienti più piccoli, mantenendo le informazioni necessarie per orientare le terapie. L’Oncoematologia pediatrica del Sant’Orsola prevede di inserire questa modalità nel protocollo di trattamento del rabdomiosarcoma, in accordo con i centri della Rete europea dei sarcomi delle parti molli.
A Bologna vengono diagnosticati ogni anno quattro o cinque casi di rabdomiosarcoma, a fronte di circa 80 nuovi casi registrati annualmente in Italia. Il tumore si sviluppa da cellule immature coinvolte nella formazione del tessuto muscolare e può comparire in diverse aree dell’organismo, tra cui testa e collo, arti, apparato urogenitale, torace e addome. Nella maggior parte dei casi non è possibile individuarne una causa precisa; più raramente il rischio può essere legato a condizioni genetiche ereditarie.
Il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale e l’assessore regionale alle Politiche per la salute Massimo Fabi hanno definito il risultato un passo avanti verso procedure diagnostiche meno invasive e più sicure per i pazienti pediatrici. La struttura bolognese è il principale centro regionale del settore e un riferimento nazionale per il trapianto di cellule staminali emopoietiche. Nel complesso, ha effettuato 846 trapianti su 747 bambini e adolescenti e ogni anno registra circa 8mila prestazioni e 600 ricoveri.