La diagnosi della malattia di Alzheimer può richiedere esami complessi e invasivi, come la puntura lombare per analizzare il liquido spinale, oppure scansioni cerebrali dai costi elevati. Per questo la possibilità di individuare i segnali della patologia attraverso un prelievo di sangue rappresenta uno degli obiettivi più rilevanti della ricerca. Un nuovo studio ha valutato una tecnica basata sull’amplificazione in laboratorio di specifiche proteine associate alla malattia.
Il metodo si concentra sulla beta-amiloide, una proteina che nel cervello delle persone con Alzheimer può ripiegarsi in modo anomalo e aggregarsi. Questi piccoli accumuli, definiti semi, possono favorire il cambiamento di altre proteine. I ricercatori utilizzano gli ultrasuoni per frammentare e accelerare la crescita degli aggregati presenti nel campione ematico, così da renderli rilevabili anche quando sono presenti in concentrazioni molto basse.
Un test ancora in fase di validazione
Lo studio ha coinvolto centinaia di persone e ha rilevato che la tecnica distingue i pazienti con Alzheimer dagli individui sani o affetti da altre forme di demenza con un’accuratezza superiore al 90%. Il dato è rilevante perché i disturbi della memoria possono dipendere da condizioni diverse e non indicano necessariamente la presenza della malattia di Alzheimer. Secondo i risultati pubblicati, l’affidabilità del test ematico sarebbe paragonabile a quella delle analisi del liquido spinale, pur richiedendo una procedura meno invasiva.
Un esame di questo tipo potrebbe facilitare l’identificazione precoce della patologia e aiutare i medici a definire percorsi di cura più mirati. Una diagnosi tempestiva consentirebbe inoltre di intervenire sui principali fattori legati allo stile di vita, come il controllo della pressione arteriosa e del diabete, l’alimentazione equilibrata e l’attività fisica. Queste misure possono contribuire a rallentare il declino delle funzioni cognitive e a preservare più a lungo l’autonomia, pur non rappresentando una cura della malattia.
Servono studi più ampi e prolungati
I risultati devono però essere interpretati con cautela. La ricerca è stata condotta su un gruppo specifico di partecipanti e dovrà essere replicata su popolazioni più numerose e diversificate per genere ed etnia. Il test è ancora in una fase di validazione scientifica e non è disponibile negli ambulatori dei medici di base.
Ulteriori studi, condotti nel corso di diversi anni, dovranno chiarire se la presenza degli aggregati rilevati nel sangue sia in grado di prevedere con precisione l’evoluzione della malattia. La nuova tecnica non può quindi essere considerata, allo stato attuale, un sostituto definitivo dei metodi diagnostici già utilizzati. Il lavoro è stato pubblicato sul Chinese Medical Journal con il titolo Amyloid beta aggregation seeding activity as a new biomarker for Alzheimer’s disease e il DOI 10.1097/cm9.0000000000004142.