Peste suina, i produttori contestano le regole per gli allevamenti

Secondo Slow Food, misure uniformi rischiano di colpire piccole aziende, biodiversità e razze locali.

L’emergenza legata alla peste suina africana continua a suscitare preoccupazione tra gli operatori della Tuscia e dell’intero comparto zootecnico. A lanciare l’allarme è Slow Food, attraverso le testimonianze di produttori e rappresentanti del territorio, secondo i quali le disposizioni adottate per contenere il virus rischiano di penalizzare soprattutto le piccole aziende che lavorano con modalità estensive e semibrade.

Il tema riguarda in particolare le aree rurali comprese tra i monti Cimini e la Maremma laziale, dove l’allevamento all’aperto è considerato dagli operatori un presidio ambientale ed economico. Le aziende devono confrontarsi con protocolli di biosicurezza sempre più stringenti e con i controlli effettuati sul territorio dalla polizia locale e dai carabinieri forestali. Al centro delle contestazioni c’è la percezione di una disparità tra il modello industriale e quello di piccola scala, realtà considerate troppo diverse per essere sottoposte alle medesime prescrizioni.

I dati sulla diffusione del virus

Le perplessità dei produttori vengono collegate anche ai dati epidemiologici citati nel dibattito. Secondo analisi attribuite all’Autorità europea per la sicurezza alimentare, dall’inizio della diffusione del virus in Italia l’80% dei focolai nei suini domestici avrebbe interessato strutture con più di cento capi stabulati. Rilevazioni degli istituti zooprofilattici nel Nord-Ovest, inoltre, avrebbero registrato 44 focolai complessivi, dei quali soltanto due in allevamenti semibradi e altrettanti in nuclei con meno di cinquanta animali.

Per gli operatori, questi numeri non sembrano giustificare l’idea che l’allevamento all’aperto sia automaticamente più rischioso. La chiusura o il depopolamento delle piccole aziende, sostengono, potrebbe accelerare l’abbandono delle zone montane e collinari, con conseguenze sulla cura del territorio, sulla prevenzione del dissesto idrogeologico e sulla conservazione delle razze autoctone.

Le difficoltà per pastori e allevatori

Le restrizioni interessano anche la pastorizia e la transumanza. Chi attraversa aree sottoposte a vincoli deve rispettare procedure come la tosatura degli animali e la disinfezione dei capi e dei mezzi di trasporto con prodotti specifici. I pastori segnalano però difficoltà nel reperire formulati registrati per l’impiego diretto sugli animali, poiché molti disinfettanti disponibili risultano omologati soltanto per autocarri e superfici inanimate.

Un altro punto contestato riguarda gli abbattimenti preventivi, disposti anche in allevamenti senza focolai attivi ma collegati a titolari coinvolti in altre positività. Secondo le testimonianze raccolte, questa procedura avrebbe portato alla macellazione di animali riproduttori appartenenti a razze pregiate, senza prevedere periodi di quarantena o programmi di sorveglianza rafforzata. Tra le varietà indicate figurano la Cinta Senese, il Nero di Parma e la Mora Romagnola.

Patrizio Mastrocola, gastronomo e referente Slow Food del presidio della susianella di Viterbo, definisce la situazione un problema serio e considera sbagliata la penalizzazione degli allevamenti bradi e semibradi prevista dalla disposizione richiamata come 4/2026. Pur riconoscendo che il contagio può avvenire più facilmente all’esterno, Mastrocola osserva che la mappa dei focolai, a suo giudizio, non confermerebbe questa lettura. Il referente invita inoltre a valutare gli effetti dell’allevamento intensivo sulla biodiversità, senza ridurre la gestione dell’emergenza a una contrapposizione tra categorie.

Marco Ceccobelli, dell’azienda agricola Il Casaletto di Grotte Santo Stefano, teme danni inestimabili in assenza di una casistica specifica sugli allevamenti estensivi. Marco Carbonara, titolare della Fattoria Pulicaro di Torre Alfina e Slow Food Farm, sostiene invece che la biosicurezza possa basarsi anche su basse densità, genetica, microbiota e condizioni di allevamento capaci di rafforzare le difese immunitarie. Per i produttori, il confronto sulle misure resta quindi aperto e riguarda non solo il contenimento del virus, ma anche la sopravvivenza di tradizioni, patrimoni genetici e attività economiche nelle aree interne.