Buratti, il caso della scritta fascista riapre il confronto

Un intervento di Carlo Venturi critica il possibile recupero visibile dell’iscrizione e invita a valutare una protezione reversibile.

La vicenda della scritta Casa del Balilla sulla facciata del Liceo Mariano Buratti torna al centro del dibattito pubblico. In una riflessione, Carlo Venturi contesta l’ipotesi di rendere nuovamente leggibile l’iscrizione, anche attraverso una tonalità attenuata, e chiede che il tema venga affrontato con attenzione, senza lasciare che la discussione finisca nel dimenticatoio.

Secondo Venturi, la questione riguarda il rapporto tra tutela del patrimonio, memoria del fascismo e funzione educativa della scuola. L’autore critica il comportamento delle istituzioni coinvolte: il presidente della Provincia Alessandro Romoli, che avrebbe definito inopportuna la riapposizione della scritta, e la soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio Margherita Eichberg. Nel testo si sostiene che la scelta prospettata non riguarderebbe se rendere visibile l’iscrizione, ma soltanto le modalità e l’intensità cromatica del suo recupero.

Il riferimento a Renato Ricci

Una parte centrale dell’intervento è dedicata a Renato Ricci, figura legata al fascismo e alla storia dell’Opera Nazionale Balilla. Venturi ricorda il suo ruolo nello squadrismo, gli incarichi ricoperti durante il regime e l’attività nella Repubblica sociale italiana, contestando la rappresentazione del personaggio come semplice pedagogista o benefattore. L’autore richiama inoltre i fatti di Sarzana e la responsabilità di Ricci nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e nella Guardia Nazionale Repubblicana.

Nel ragionamento vengono citate le posizioni della costituzionalista Giovanna Montella, secondo la quale la ricomparsa di simboli fascisti in un edificio scolastico intitolato a un martire partigiano costituirebbe uno sfregio ai principi dell’ordinamento repubblicano. Venturi collega il caso agli articoli 9, 54 e 97 della Costituzione, alla normativa sull’apologia del fascismo e al Testo unico della scuola, sostenendo che un istituto pubblico debba rimanere uno spazio libero da condizionamenti celebrativi di regimi totalitari.

La proposta sul restauro

La riflessione entra anche nel merito delle metodologie di restauro. L’ipotesi del palinsesto, richiamata dalla soprintendenza, valorizza secondo Venturi la stratificazione storica e la riconoscibilità degli interventi. Nel caso del Buratti, però, l’iscrizione non sarebbe semplicemente conservata: verrebbe ricostruita dopo decenni trascorsi sotto due strati di tinteggiatura. Per questo, l’autore ritiene che una nuova scritta, anche se decolorata, apparirebbe come un elemento realizzato ex novo e con un possibile significato celebrativo.

Venturi ricostruisce quindi la storia dell’edificio: destinato all’Opera Nazionale Balilla dal 1930 o 1931 al 1937, fu poi sede della Gioventù italiana del Littorio fino al 1943-44. Nel dopoguerra accolse uffici e servizi pubblici e, dal 1952, divenne sede scolastica. Dal 1964 porta il nome di Mariano Buratti. L’autore sottolinea inoltre il restauro realizzato con fondi del Piano Marshall e sostiene che la lunga funzione scolastica e il legame con la memoria resistenziale debbano essere considerati nella decisione.

La soluzione proposta è documentare l’iscrizione, proteggerla e coprirla con una tecnica reversibile, evitando che resti visibile sulla facciata. A questa misura dovrebbe affiancarsi, secondo Venturi, un pannello con fotografie e didascalie per spiegare la storia dell’edificio. In chiusura, l’autore auspica un tavolo istituzionale tra Provincia, Comune di Viterbo, soprintendenza e associazioni della società civile, eventualmente con il coinvolgimento del prefetto, per individuare una soluzione condivisa.