Urgnano (BG)

Addio a Celina, centenaria dalle mani d’oro

Questa mattina, lunedì 15 giugno, la comunità ha reso l'estremo omaggio all'anziana mancata venerdì 12, al policlinico San Marco di Zingonia

Addio a Celina, centenaria dalle mani d’oro

La sua intensa vita si è spenta come una candela senza più cera alla veneranda età di 100 anni, Urgnano oggi piange Celina Rosa Baresi.

L’ultimo saluto a Celina

Questa mattina, lunedì 15 giugno, la comunità ha reso l’estremo omaggio alla centenaria, mancata venerdì 12, al policlinico San Marco di Zingonia. La salma è stata composta nella sua casa di via Coppi, dove aveva vissuto a partire dagli anni ’60, quando con il marito giunse a Urgnano dal Bresciano. Una famiglia unita la sua, che si è stretta a lei come i tanti urgnanesi che hanno voluto passare a farle visita e partecipare al rito funebre celebrato nella chiesa parrocchiale, prima dell’ultimo viaggio verso il tempio crematorio.

Una donna che ha attraversato un secolo senza mai vedere un medico

“Sai perché sei vissuta fino a cent’anni?” le ha chiesto scherzando  il giorno prima che mancasse il suo medico di famiglia ora in pensione. “Perché non sei mai venuta da me”. Una battuta che racchiude l’essenza della fibra d’acciaio di Celina, che non sapeva nemmeno dove si trovasse l’ambulatorio.

“Era una roccia – ha raccontato con grande affetto il figlio Osvaldo Bettoni, ex ciclista di professione – è mancata all’ospedale solo perché il giorno prima aveva accusato un po’ di affanno ma non aveva alcuna patologia. Alla dottoressa che le aveva chiesto come si sentisse aveva risposto solo di essere stanca… Le è stato dato dell’ossigeno e poi il personale medico ha preferito portarla lì per accompagnarla come meglio non si poteva verso la fine, con le cure palliative. E’ spirata alle 10, serena, ma poi l’abbiamo subito riportata nella sua casa”.

Il duro lavoro e i lutti non l’hanno spezzata

Vedova da 34 anni, Celina aveva provato la miseria nera del Dopoguerra, lavorato duramente nelle campagne e subìto anche la perdita del marito e di due figli.

“I miei genitori erano agricoltori, sono arrivati dal Bresciano nel 1960 – ha continuato Bettoni – ricordo quando la mamma ci raccontava della guerra, della fame e della fatica. Sapeva bene il valore del denaro ed era una grande risparmiatrice. Tra gli altri, un aneddoto che riguarda me in particolare, è rimasto impresso nella mia mente: quando avevo un mese e mezzo di vita la nonna mi portava da lei nei campi, dove si trovava a zappare il frumento. Lei smetteva, mi prendeva in braccio e, sotto un albero, mi allattava, poi tornava al lavoro e io con la nonna rientravo a casa… Era la prima di 13 fratelli e aveva cresciuto lei gli ultimi due. Così ha fatto con i suoi tre figli, nati dal matrimonio con mio padre, celebrato nel 1950. Purtroppo sono rimasto solo: un fratello è morto 18enne investito a Salò in sella alla sua bicicletta mentre era in gara nel 1972, era un corridore come me… L’altro invece è mancato a 66 anni, ucciso dal cancro un paio di anni fa. Dolori enormi per mia madre”.

Una fede incrollabile e mani d’oro

Una donna profondamente religiosa e capace di fare di tutto.

“Tutti i giorni recitava il Rosario – ha proseguito il figlio – amava molto pregare e si era recata anche più volte a Lourdes, a Fatima, era stata in visita in numerosissimi santuari. Lei era il perno della famiglia, attenta alla casa, meticolosa e precisa. Fino a poco tempo fai era lei a gestire le utenze, guai se non si saldava il dovuto immediatamente: “Bisogna pagare prima non aspettare fino all’ultimo, non facciamo figuracce”, diceva. La correttezza era alla base della sua vita. Quand’eravamo bambini è stata anche severa ma ha saputo trasmetterci i valori e la nostra è sempre stata una famiglia molto unita: finché è stata in grado di farlo preparava i suoi piatti per festeggiare i compleanni con tutti noi insieme, era affettuosissima con i due nipoti e i quattro pronipoti. Adorava l’aringa affumicata e impastare gli gnocchi, in generale mangiava di tutto ma senza esagerare e ha sempre bevuto solo l’acqua del rubinetto. Una volta non c’era il burro ed era lei a curare la cottura del lardo per lo strutto e quando si ammazzava il maiale le sue mani sapevano legare sapientemente i salami e dosare perfettamente le spezie. Mani capaci di cucire, lavorare a maglia, ricamare, era una maestra all’uncinetto… Amava anche leggere e ancora adesso lo faceva senza occhiali. Una vita piena, dedicata alla famiglia”.