Il nuovo corso dell’Italia di Roberto Mancini ha già una caratteristica ben precisa: il coraggio di puntare sui giovani. Sono stati sette i calciatori fatti esordire dal commissario tecnico in questa prima fase del nuovo ciclo e sei di loro hanno già avuto l’opportunità di partire titolari. L’età media del gruppo è di appena 22 anni e cinque mesi: numeri che raccontano più di qualsiasi dichiarazione la direzione intrapresa dalla Nazionale.
Il primo a ricevere la chiamata è stato anche il più giovane. Alessandro Romano, classe 2006, ha debuttato all’Olimpico contro il Belgio, diventando il secondo giocatore nato nel 2006 a vestire la maglia azzurra dopo Simone Pafundi, lanciato proprio da Mancini durante la sua precedente esperienza sulla panchina della Nazionale. Poi è arrivato il momento di Issa Doumbia, protagonista anche nella sfida di lunedì a Bologna contro la Turchia, e di Mohamed Alì Zoma, ancora poco conosciuto al grande pubblico e utilizzato nella ripresa contro il Belgio.
La svolta è arrivata poi a Bursa, dove Mancini ha cambiato otto uomini rispetto alla precedente gara e ha dato spazio ad altri giovani: Michael Kayode, Sebastiano Esposito e Matteo Ruggeri. L’ultimo esperimento è stato quello di Antonio Vergara, che ha avuto un’occasione importante ma è stato anche sfortunato.
Non è una scelta casuale. Il ct sta riproponendo una filosofia già vista durante il suo primo mandato: dare fiducia ai giovani e accompagnarli progressivamente nel calcio internazionale. Nei suoi 65 incarichi sulla panchina azzurra, Mancini ha fatto debuttare ben 64 giocatori. Praticamente uno nuovo per ogni partita. Un dato che spiega bene quanto sia centrale il ricambio generazionale nella sua idea di Nazionale.
E il processo non sembra destinato a fermarsi. Tra i prossimi nomi potrebbe esserci Samuele Inacio, appena 18 anni e con la scelta già compiuta di rappresentare l’Italia invece del Brasile. Il suo momento arriverà probabilmente quando avrà accumulato maggiore esperienza. «Parliamo di un ragazzino che ha bisogno di fare esperienza, nemmeno al Borussia Dortmund gioca molto», ha ricordato Mancini. Ma la convocazione sembra soltanto rimandata.
Il ct, del resto, non ha mai avuto paura di anticipare i tempi quando intravede qualità. Il caso più emblematico resta quello di Nicolò Zaniolo, convocato nel 2018 quando non aveva ancora disputato una partita in Serie A. Un rischio che allora sembrava enorme e che si rivelò invece una scelta vincente. Stavolta Zaniolo è stato costretto a lasciare il gruppo azzurro dopo pochi allenamenti a Coverciano a causa di un nuovo problema muscolare.
Tra i nuovi arrivati, quello che ha lasciato l’impressione più forte è stato probabilmente Michael Kayode. Il terzino ha centrato una combinazione tutt’altro che banale: esordio e gol nella stessa partita, per di più in una sfida complicata come quella in Turchia. Una prestazione che ha confermato le qualità mostrate già a livello di club.
Nato in Piemonte da genitori nigeriani, Kayode è stato ceduto dalla Fiorentina nel gennaio 2025 per circa 18 milioni di euro ed è approdato in Premier League al Brentford. A soli 22 anni sembra già avere la personalità e le caratteristiche per giocare a livelli molto alti. E proprio la sua storia apre una riflessione sul rapporto tra il calcio italiano e i propri giovani talenti.
Sempre più spesso, infatti, un ragazzo italiano deve andare all’estero per trovare quella continuità che in Serie A non sempre gli viene garantita. Lo stesso Kayode lo ha spiegato senza troppi giri di parole: «Se vi capita un’offerta da un campionato estero, andate. Non importa dove. L’importante è giocare per acquisire minuti e maturità». Nel suo caso la scelta ha funzionato alla perfezione. Tanto che, dopo l’esordio e il gol con la Nazionale, immaginare un suo immediato ritorno in Italia appare ancora più complicato.
Un altro caso interessante è quello di Alessandro Romano, passato dalla Roma al Cagliari. Anche qui sarà necessario aspettare prima di formulare giudizi definitivi, perché un giovane deve necessariamente attraversare anche gli errori e le difficoltà per completare la propria crescita. Intanto, però, la Federazione ha fatto un lavoro importante per convincerlo a scegliere l’Italia e non la Svizzera, arrivando a garantirsi la sua disponibilità appena in tempo.
Tra le certezze c’è invece Sebastiano Esposito, apparso sfrontato e determinato anche nella sfida allo Stade de France. Il maggiore degli Esposito ha ormai un’età e un’esperienza sufficienti per non essere più considerato soltanto una promessa. E davanti a lui c’è il fratello Pio, 21 anni, che ormai ha compiuto un ulteriore salto di categoria: non è più soltanto un giovane interessante, ma è diventato il centravanti della Nazionale.
Infine, attenzione a Matteo Ruggeri. Il laterale classe 2002 non sta trovando grande spazio all’Aston Villa, ma in azzurro ha mostrato caratteristiche interessanti. Come alternativa a Riccardo Calafiori, può rappresentare una soluzione concreta, soprattutto considerando la personalità con cui si è già imposto nel proprio percorso.
La miniera azzurra, insomma, ha iniziato a produrre le prime pepite. Mancini ha scelto di scavare in profondità e di anticipare i tempi, dando responsabilità a ragazzi che fino a poco tempo fa sembravano ancora lontani dalla Nazionale maggiore. Kayode, Romano, Esposito, Ruggeri e gli altri nuovi arrivati dovranno ora trasformare l’opportunità in continuità. Ma il messaggio del nuovo corso è già chiarissimo: il futuro dell’Italia è cominciato.