Internazionale

Primo round di colloqui fra Usa e Iran: “Progressi significativi”

Ma ieri Trump ha messo in crisi le trattative ("Se chiudono Hormuz non avranno più un Paese") e Israele non intende ritirarsi dal Libano

Primo round di colloqui fra Usa e Iran: “Progressi significativi”

Il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, tenuto in Svizzera tra sabato 20 e domenica 21 giugno 2026, si è chiuso con parole prudentemente positive. I mediatori parlano di “progressi significativi” e di una possibile road map da sviluppare nei prossimi 60 giorni. Ma il negoziato resta appeso a tre fili fragilissimi: il dossier nucleare, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il fronte libanese, dove Israele non mostra alcuna intenzione di ritirarsi.

L’incontro si è svolto a Bürgenstock, località svizzera affacciata sul lago dei Quattro Cantoni, già teatro di negoziati internazionali ad alta sensibilità diplomatica. Al tavolo, secondo le ricostruzioni internazionali, erano presenti le delegazioni americana e iraniana, con la mediazione di Qatar e Pakistan. Per Washington il volto politico del negoziato è il vicepresidente JD Vance, affiancato dagli emissari incaricati di tenere insieme i diversi dossier aperti.

Il risultato, per ora, non è un accordo. È piuttosto il tentativo di impedire che il canale diplomatico si chiuda di nuovo, dopo settimane segnate da escalation militari, minacce incrociate e tensioni crescenti nel Golfo e in Libano.

Una trattativa a doppio binario

Il confronto non riguarda solo il nucleare iraniano. Sul tavolo ci sono anche la riduzione delle tensioni regionali, la sicurezza marittima nel Golfo e il nodo del Libano, dove il confronto tra Israele e Hezbollah continua a pesare su ogni tentativo di distensione.

Da una parte, gli Stati Uniti chiedono garanzie sul programma nucleare iraniano, sul ruolo degli ispettori e sul livello di arricchimento dell’uranio. Dall’altra, Teheran chiede alleggerimenti concreti: sanzioni, deroghe sul petrolio, accesso ad asset congelati e garanzie che l’eventuale intesa non venga svuotata dagli alleati regionali di Washington.

È proprio qui che la trattativa diventa più fragile. Perché anche se Stati Uniti e Iran riescono a parlarsi, il Medio Oriente non si ferma ad aspettare.

La frase di Trump che irrigidisce il clima

A complicare il quadro è arrivato, nelle ore precedenti e durante il negoziato, l’intervento di Donald Trump sullo Stretto di Hormuz, una delle rotte energetiche più delicate al mondo. Il presidente americano ha avvertito Teheran con parole durissime: se l’Iran dovesse chiudere Hormuz, “non avranno più un Paese”.

Mentre in Svizzera si prova a costruire una cornice negoziale, Trump riporta la trattativa sul terreno della minaccia diretta. È un messaggio pensato per scoraggiare qualsiasi mossa iraniana sul traffico marittimo, ma rischia anche di indebolire la parte diplomatica americana, perché offre ai falchi di Teheran un argomento immediato: gli Stati Uniti trattano, ma continuano a minacciare.

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Il presidente Usa Donald Trump

Lo Stretto di Hormuz è il punto in cui la geopolitica diventa economia globale. Una sua chiusura, anche solo parziale o temporanea, avrebbe effetti immediati sui prezzi dell’energia, sulle assicurazioni marittime e sulle rotte commerciali. Per questo il tema non è secondario: è uno dei pilastri del negoziato.

Il nodo Israele-Libano

L’altra mina è il Libano. Anche su questo fronte il clima è rimasto molto teso. Israele non si considera vincolata da un’intesa costruita senza la sua piena partecipazione e ha già fatto sapere di non voler abbandonare le aree considerate strategiche nel sud del Paese. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ribadito che l’esercito resterà nella cosiddetta zona di sicurezza e continuerà ad agire contro le minacce.

Per Teheran, questo è il punto più sensibile. L’Iran può accettare di discutere un meccanismo di de-escalation, ma difficilmente potrà presentare come vittoria diplomatica un’intesa che lasci Israele libera di colpire Hezbollah o di mantenere una presenza militare nel sud del Libano.

Vance cerca il canale diplomatico

Nel corso dei colloqui svizzeri, JD Vance ha provato a tenere il negoziato su un registro diverso. Il vicepresidente americano ha parlato della possibilità di aprire una fase nuova nei rapporti con l’Iran, pur ribadendo che la sicurezza regionale e il nucleare restano condizioni centrali.

La linea americana sembra quindi muoversi su due piani: pressione massima sul piano politico e militare, disponibilità al confronto sul piano diplomatico.

Teheran rivendica passi avanti

L’Iran, dal canto suo, ha interesse a mostrare che i colloqui del 21 giugno non sono stati inutili. La diplomazia iraniana parla di progressi e lascia intendere che la discussione abbia toccato anche questioni molto concrete, dalle sanzioni agli asset bloccati. Ma anche a Teheran il margine politico non è illimitato.

Ogni segnale di apertura verso Washington deve essere giustificato davanti a un’opinione pubblica interna provata dalle sanzioni e davanti a un sistema di potere in cui i settori più duri guardano con sospetto qualsiasi intesa con gli Stati Uniti. Se Israele continua a colpire in Libano o se Trump alza ancora il livello delle minacce, la diplomazia iraniana rischia di perdere spazio.

Progressi, ma nessuna svolta

Il primo round svizzero ha evitato il peggio: il canale resta aperto, i mediatori hanno una traccia su cui lavorare e le delegazioni hanno accettato di continuare. Ma non siamo ancora davanti a una svolta.

La Svizzera ha offerto il tavolo. Qatar e Pakistan hanno tenuto aperto il canale. Stati Uniti e Iran hanno accettato di parlarsi. Ma il vero test comincia ora: capire se il negoziato riuscirà a sopravvivere alle parole di Trump, alle mosse di Israele e alla pressione di un Medio Oriente in cui ogni fronte può far saltare l’altro.