Venerdì gli studenti hanno occupato la Sapienza di Pisa, lo storico palazzo dell’Università, al termine della mobilitazione promossa da Usb e dai sindacati di base contro il carovita e la guerra. La scelta richiama direttamente la storia del movimento studentesco e, in particolare, le Tesi della Sapienza, il documento elaborato nel 1967 proprio nell’ateneo pisano e considerato un’anticipazione delle contestazioni degli anni successivi.
Il richiamo alle Tesi della Sapienza
Al centro del documento di allora c’era l’idea dell’università come luogo di partecipazione, confronto e conflitto. "L’università appartiene alla base universitaria", sostenevano gli studenti. A quasi sessant’anni di distanza, gli occupanti riprendono quella impostazione per contestare un edificio che, a loro giudizio, sarebbe sempre meno accessibile alla comunità accademica e sempre più trasformato in una vetrina dell’istituzione.
L’occupazione viene quindi presentata come uno strumento per rivendicare uno spazio di discussione e organizzazione collettiva. Nel documento diffuso durante la protesta, gli studenti collegano la critica alla guerra alle difficoltà quotidiane di chi studia e lavora. Il rincaro della spesa, dei trasporti e delle bollette, insieme al definanziamento degli atenei, viene indicato come parte di una condizione più ampia sintetizzata nella frase: "La guerra occupa già il nostro presente".
Tra le richieste rivolte al Governo c’è la destinazione all’istruzione, alla ricerca e alla sanità dei fondi aggiuntivi previsti per la difesa nella legge di bilancio 2027. Gli occupanti chiedono inoltre un aumento di cinque miliardi di euro del Fondo di finanziamento universitario e interventi sulle accise dei carburanti. La piattaforma comprende anche la richiesta di una progressiva internalizzazione del lavoro oggi affidato attraverso il sistema degli appalti.
Alloggi, servizi e accesso allo studio
Una parte centrale della mobilitazione riguarda le condizioni materiali per frequentare l’università. Sul tema degli alloggi, gli studenti chiedono che i posti letto finanziati dal Pnrr e affidati a soggetti privati tornino sotto gestione pubblica e che vengano realizzati quelli ancora mancanti. Al Dsu Toscana contestano i ritardi nell’assegnazione delle residenze e criteri per le borse di studio che, secondo la loro denuncia, attribuirebbero un peso eccessivo ai crediti conseguiti rispetto all’Isee.
La piattaforma comprende anche contributi per l’affitto più accessibili, mense a prezzi calmierati e residenze adeguatamente attrezzate. Gli occupanti sostengono che il diritto allo studio non possa dipendere dal reddito familiare né dall’adozione di ritmi uguali per tutti. Tra le proposte rivolte all’ateneo figurano tirocini curriculari con indennità e rimborso delle spese, un numero maggiore di appelli, sessioni straordinarie per i borsisti e l’accesso alle risorse bibliografiche e ai software specialistici.
Gli studenti chiedono inoltre biblioteche aperte la sera e nei fine settimana, agevolazioni per i pendolari e la tutela di alcuni edifici del centro storico. Nel documento vengono citati la mensa Martiri e l’aula studio Pacinotti, considerate strutture da difendere da possibili riconversioni. L’obiettivo dichiarato è un’università capace di adattarsi alle esigenze di chi la frequenta, invece di imporre tempi e spazi sempre più rigidi.
Un ultimo capitolo riguarda la ricerca e i rapporti con il comparto militare. Gli occupanti chiedono di interrompere le collaborazioni con aziende della filiera bellica e di rivedere la partecipazione a progetti con finalità militari. La rivendicazione riporta al tema originario della protesta: il rapporto tra investimenti pubblici, guerra e produzione della conoscenza. "L’università è di chi ci studia e di chi ci lavora", ribadiscono gli studenti, indicando come alternativa all’idea di un percorso orientato soltanto alla carriera quella di uno spazio comune in cui costruire il futuro.