L’Emilia-Romagna ha raggiunto il 45,9% di copertura dei servizi educativi per la fascia da zero a tre anni, superando con quattro anni di anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Il dato riguarda l’anno educativo 2026-27: complessivamente sono 38.649 i bambini iscritti a un nido o a un altro servizio educativo per la prima infanzia.
Il risultato è collegato a un investimento regionale di 37 milioni e 187mila euro, finanziato attraverso il programma di fondi europei Fse+. Le risorse, secondo i dati diffusi dalla Regione, sono aumentate del 55% rispetto al 2022. Per la provincia di Forlì-Cesena lo stanziamento è di quasi 3,8 milioni di euro e sostiene la creazione di 56 nuovi posti.
Le risorse per il territorio
La consigliera regionale Francesca Lucchi, esponente del Partito democratico, ha definito il dato il risultato di una scelta politica orientata agli investimenti sull’infanzia e sulla natalità. Nel commento, Lucchi ha sottolineato che le risorse regionali sono destinate a un territorio ampio, dai centri urbani ai comuni montani e alle aree interne, con l’obiettivo di garantire opportunità educative indipendentemente dal luogo di residenza delle famiglie.
La distribuzione dei fondi comprende oltre 828mila euro per i servizi nel comune di Cesena e quasi 546mila euro per quelli di Forlì. All’Unione Rubicone e Mare sono destinati oltre 251mila euro, mentre quasi 193mila euro interessano Bertinoro e Sogliano al Rubicone. A Bagno di Romagna spettano oltre 181mila euro; Mercato Saraceno e Predappio ricevono quasi 150mila euro e Cesenatico e Santa Sofia oltre 138mila euro.
Servizi e aree interne
Nel suo intervento, la consigliera ha evidenziato la presenza di finanziamenti anche nei comuni più piccoli e nelle zone montane del Forlivese e del Cesenate. La finalità indicata è sostenere servizi educativi di qualità, contrastare lo spopolamento e rendere più attrattivi i territori per le famiglie.
La riduzione del costo delle rette e l’aumento dei posti disponibili, ha aggiunto Lucchi, possono aiutare i genitori nella conciliazione tra vita familiare e lavoro. L’investimento viene inoltre presentato come uno strumento per favorire condizioni di accesso più uniformi ai servizi, senza differenze legate al reddito o al comune di residenza.