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Specializzazioni mediche, posti vuoti fino all’87%

Microbiologia, radioterapia e cure palliative registrano rinunce elevate tra gli indirizzi destinati ai futuri camici bianchi.

La difficoltà della sanità pubblica italiana ad attirare nuovi professionisti emerge già dopo la laurea, nel momento in cui i giovani medici devono scegliere la scuola di specializzazione. In questa fase, una parte consistente dei candidati sembra orientarsi verso discipline ritenute più vantaggiose sul piano economico, lasciando scoperti numerosi posti destinati a formare gli specialisti necessari agli ospedali pubblici.

Il quadro è delineato dai dati raccolti da Als Anaao Giovani per Il Sole 24 Ore. Le cifre mostrano una marcata differenza tra gli indirizzi che ricevono molte domande e quelli che, invece, faticano ad attirare candidati. Il fenomeno riguarda soprattutto alcune aree considerate essenziali per il funzionamento del Servizio sanitario nazionale.

Le discipline con meno candidati

Tra le specializzazioni meno scelte figurano microbiologia e virologia, farmacologia, patologia clinica, radioterapia, cure primarie e cure palliative. Nell’elenco rientra anche la medicina d’emergenza-urgenza, settore fondamentale per garantire l’attività dei pronto soccorso e la gestione dei pazienti nelle situazioni più critiche.

Per alcune di queste discipline, la quota di posti non assegnati oscilla tra il 50% e l’87%. Si tratta di una percentuale che segnala la difficoltà di assicurare un adeguato ricambio generazionale in ambiti strettamente collegati alla sanità pubblica. I posti rimasti vacanti nella fase formativa possono infatti ridurre, negli anni successivi, il numero di specialisti disponibili.

Il peso delle prospettive economiche

Alla base delle scelte dei giovani medici ci sarebbero soprattutto le prospettive professionali ed economiche associate ai diversi indirizzi. Le specializzazioni che consentono di trovare più facilmente opportunità di lavoro e di guadagno al di fuori degli ospedali pubblici risultano più attrattive rispetto a quelle legate ai servizi essenziali del sistema sanitario.

Anche la chirurgia, pur restando una delle aree centrali della medicina ospedaliera, avrebbe perso parte della propria capacità di attrarre nuovi specialisti. Tra le possibili ragioni vengono indicati i rischi connessi ai contenziosi giudiziari e alle richieste di risarcimento, elementi che possono incidere sulla valutazione del futuro lavorativo da parte dei laureati.

Il percorso di specializzazione dura generalmente da tre a cinque anni e rappresenta una fase decisiva della formazione professionale. La mancata assegnazione di una quota rilevante dei posti disponibili in determinati settori rischia quindi di produrre effetti sulla futura disponibilità di personale sanitario, soprattutto nei comparti meno scelti.

La criticità, secondo i dati, precede dunque l’ingresso nel mondo del lavoro. Alla difficoltà di trattenere i medici già impiegati negli ospedali si aggiunge quella di convincere i giovani laureati a intraprendere le specializzazioni necessarie per garantire la continuità dei servizi della sanità pubblica.