La malaria continua a rappresentare una minaccia quotidiana per milioni di persone, soprattutto nell’Africa subsahariana e nel Sud-est asiatico. Il parassita responsabile della malattia sta inoltre sviluppando resistenze ai farmaci disponibili. Per individuare nuove opzioni terapeutiche, un gruppo di ricercatori ha esaminato sostanze nate originariamente per un altro scopo.
Lo studio ha preso in considerazione 14 molecole sviluppate come possibili trattamenti contro il cancro. I composti bloccano una famiglia di enzimi chiamati istone deacetilasi, coinvolti nella regolazione dei geni. Anche il parassita della malaria possiede uno di questi enzimi, indicato come PfHDAC1, che svolge un ruolo importante nel suo sviluppo.
Le prove sul parassita
Gli esperimenti sono stati condotti interamente in laboratorio, su colture cellulari. Le molecole sono state valutate contro il parassita nella fase in cui invade i globuli rossi e provoca i sintomi, compreso un ceppo resistente alla clorochina. I ricercatori hanno inoltre studiato i gametociti, le forme che possono essere prelevate dalla zanzara durante una puntura, e hanno sottoposto i composti a test su cellule umane per verificarne la tossicità.
La maggior parte delle sostanze ha rallentato la crescita del parassita a concentrazioni molto basse, mantenendo un’efficacia simile anche contro il ceppo resistente. In 13 casi su 14, le molecole hanno agito anche sui gametociti dopo due giorni di esposizione. Una di esse ne ha ridotto la sopravvivenza a circa un decimo, con un effetto più marcato nel tempo.
Un altro composto ha quasi completamente bloccato l’enzima del parassita nei test biochimici. Il risultato, però, presenta un limite importante: le molecole inibivano in modo analogo anche le versioni umane dello stesso enzima. Molte sono risultate inoltre tossiche per le cellule umane a dosi vicine a quelle efficaci contro il parassita. Solo pochi composti hanno mostrato un margine di sicurezza considerato promettente.
Una possibile doppia azione, ma molta strada da fare
Un trattamento capace di curare la persona infetta e, allo stesso tempo, impedire alla zanzara di acquisire il parassita potrebbe intervenire sia sulla malattia sia sulla sua trasmissione. L’obiettivo è rilevante perché in alcune aree del mondo anche le terapie a base di artemisinina, oggi un pilastro del trattamento, stanno perdendo efficacia. Riutilizzare molecole già studiate in altri ambiti potrebbe accelerare le prime fasi della ricerca.
I risultati, tuttavia, provengono soltanto da esperimenti in provetta. Non sono ancora disponibili dati su animali o esseri umani e non è noto come le sostanze verrebbero assorbite, distribuite ed eliminate dall’organismo. Tra i possibili problemi vengono citati effetti indesiderati a carico dell’intestino e del sangue, oltre al rischio che i composti vengano degradati troppo rapidamente. L’attività osservata, inoltre, potrebbe non dipendere esclusivamente dall’enzima del parassita.
Per ora, quindi, si tratta di candidati da modificare e perfezionare, non di nuove cure. La ricerca non cambia le indicazioni per chi deve viaggiare in aree a rischio: restano importanti la protezione dalle punture e la profilassi, quando prescritta. È consigliabile rivolgersi con anticipo a un ambulatorio di medicina dei viaggi. Lo studio è stato pubblicato su ACS Omega con il DOI 10.1021/acsomega.5c12744.