Raggiungere i 110 anni non significa soltanto vivere più a lungo: per molti supercentenari vuol dire anche rimandare malattie che nella maggior parte delle persone compaiono decenni prima. Un nuovo studio ha analizzato il loro sistema immunitario per capire se, oltre a indebolirsi con il tempo, possa anche riorganizzarsi e mantenere alcune capacità di difesa.
I ricercatori hanno esaminato il sangue di persone che hanno compiuto almeno 110 anni, concentrandosi sui linfociti T. Si tratta di globuli bianchi che riconoscono le minacce e coordinano la risposta immunitaria. L’attenzione si è rivolta in particolare ai linfociti T CD4 citotossici, un sottogruppo capace di eliminare direttamente cellule infette o anomale, a differenza dei CD4 che svolgono soprattutto un ruolo di coordinamento.
Una risposta immunitaria diversa
Secondo i risultati, queste cellule aumentano a partire da circa 100 anni. Con l’invecchiamento perdono alcune molecole di superficie tipiche dei linfociti più giovani, ma non presentano i segnali di esaurimento che possono comparire dopo una stimolazione prolungata e ridurre l’efficacia della risposta immunitaria.
La loro popolazione è inoltre dominata da pochi grandi cloni, cioè gruppi di cellule identiche derivati da un unico capostipite. In media, i cloni più estesi rappresentano circa un terzo dell’insieme. Il dato suggerisce una stimolazione ripetuta da parte di un elemento rimasto a lungo nell’organismo. I recettori presenti su queste cellule, le strutture con cui riconoscono i bersagli, somigliavano a quelli di alcuni linfociti individuati nei tumori, soprattutto in quelli del polmone.
Nei test di laboratorio, le cellule si sono organizzate in sottogruppi capaci di produrre segnali chimici differenti. Questa caratteristica è stata interpretata come un possibile indizio di flessibilità funzionale. L’ipotesi dei ricercatori è che, nelle persone che raggiungono età eccezionali, il sistema immunitario possa adattarsi a nuovi rischi invece di limitarsi a perdere efficienza.
I limiti dello studio
Il rischio di tumore cresce con l’età, anche perché negli anni si accumulano cellule con errori. Per questo gli autori ipotizzano che i linfociti T CD4 citotossici possano contribuire a tenere sotto controllo alcune cellule anomale. Si tratta però soltanto di un’ipotesi: la somiglianza con linfociti presenti nei tumori non dimostra che queste cellule combattano il cancro.
Le analisi hanno riguardato esclusivamente il sangue e non chiariscono come le cellule si comportino negli organi. Inoltre, i loro bersagli precisi non sono stati identificati e le persone oltre i 110 anni sono così poche da rendere necessariamente ridotti i gruppi studiabili. Il risultato descrive quindi un’associazione: le cellule potrebbero favorire la longevità, esserne una conseguenza oppure rappresentare un segnale senza un ruolo diretto.
Lo studio è una ricerca di base e non propone esami, farmaci o integratori capaci di riprodurre questo profilo immunitario. Restano valide le indicazioni sostenute da prove più ampie per invecchiare in buona salute: attività fisica regolare, alimentazione varia, sonno adeguato, niente fumo, vaccinazioni e screening raccomandati. Il lavoro aggiunge però un elemento alla comprensione dell’invecchiamento: anche con il passare degli anni, il corpo può conservare una certa capacità di adattamento.
La ricerca è stata pubblicata su Cell Reports con il titolo CD4 CTLs in supercentenarians: Signs of adaptive expansion in healthy aging. Il DOI del lavoro è 10.1016/j.celrep.2026.117728.