Una proteina prodotta dall’organismo potrebbe contribuire a rendere più efficace l’immunoterapia contro il carcinoma epatocellulare, la forma più comune di tumore del fegato. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Chinese Medical Journal, che ha analizzato il ruolo dell’interleuchina-33, o IL-33, nel microambiente che circonda le cellule tumorali.
Il microambiente tumorale può infatti ostacolare l’azione dei linfociti, le cellule del sistema immunitario incaricate di riconoscere e attaccare quelle malate. I ricercatori hanno esaminato dati genetici provenienti da database pubblici e tessuti di 60 pazienti. Nei campioni tumorali i livelli di IL-33 risultavano inferiori rispetto ai tessuti sani. Inoltre, nei pazienti i cui tumori conservavano una maggiore quantità della molecola è stata osservata, sul piano statistico, una sopravvivenza migliore.
Il ruolo dell’interleuchina-33
L’associazione osservata nei tessuti umani non è sufficiente, da sola, a dimostrare un rapporto di causa ed effetto. Per questo il gruppo di ricerca ha proseguito con esperimenti in laboratorio e su modelli animali. Quando l’IL-33 è stata aggiunta direttamente alle cellule tumorali in coltura, la crescita del tumore non è stata bloccata: la proteina, quindi, non agisce come un farmaco tossico diretto contro le cellule malate.
Nei topi dotati di un sistema immunitario intatto, invece, la somministrazione della molecola ha rallentato la crescita della massa tumorale. L’effetto è scomparso negli animali privi di linfociti T, indicando che l’azione dipende dalla risposta immunitaria. Secondo i risultati dello studio, l’IL-33 modifica l’ambiente attorno al tumore, riduce la presenza di cellule immunosoppressive e favorisce il richiamo di linfociti attivi. La molecola stimola inoltre processi infiammatori e la formazione di strutture immunitarie nelle vicinanze della massa tumorale.
La combinazione con anti-PD-L1
I ricercatori hanno poi valutato l’IL-33 insieme a un inibitore del checkpoint immunitario anti-PD-L1, una terapia che rimuove alcuni dei freni alla risposta dei linfociti. Nei modelli animali, la combinazione ha ottenuto risultati migliori rispetto alla sola immunoterapia standard e non ha mostrato una tossicità aggiuntiva evidente a carico del fegato.
Il risultato resta però confinato alla fase preclinica. Nei pazienti è stata osservata soltanto un’associazione statistica tra i livelli della proteina e la sopravvivenza, mentre gli effetti terapeutici sono stati verificati in laboratorio e nei topi. Non si tratta quindi di una cura disponibile né di un integratore da assumere. L’IL-33 ha funzioni complesse, che possono cambiare in base al contesto biologico, e saranno necessari studi clinici sull’uomo per stabilire se la strategia sia sicura ed efficace anche nella pratica oncologica. Lo studio originale è intitolato “Interleukin-33 alleviates the immunosuppressive tumor microenvironment and enhances anti–programmed death ligand-1 immunotherapy efficacy in hepatocellular carcinoma” e ha DOI 10.1097/cm9.0000000000004205.