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Caffè e prostata, perché non esiste un limite valido per tutti

La caffeina può accentuare alcuni segnali: il tetto dei 400 mg riguarda soltanto gli adulti sani.

Chi soffre di disturbi urinari e beve caffè può chiedersi quante tazzine siano compatibili con la salute della prostata. La risposta, però, non è un numero valido per tutti: le linee guida europee sui sintomi urinari maschili non fissano una soglia universale di caffè sicura per chi ha problemi prostatici. Occorre distinguere tra la sicurezza generale della caffeina e la gestione dei sintomi, due questioni diverse.

Per gli adulti sani, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare indica come non preoccupanti fino a 400 milligrammi di caffeina al giorno, distribuiti nell’arco della giornata, e fino a 200 milligrammi in una singola dose. Il conteggio comprende tutte le fonti, tra cui tè, bevande energetiche e altri prodotti. Si tratta però di un limite generale, non di una quantità da raggiungere e soprattutto non di un’indicazione specifica per chi ha disturbi alla prostata o assume farmaci.

Anche il calcolo delle tazzine è solo approssimativo. La quantità di caffeina cambia in base al tipo di caffè e alla preparazione. Considerando come riferimento circa 80 milligrammi in un espresso da 60 millilitri, 400 milligrammi corrisponderebbero a circa cinque espressi. Il dato è soltanto illustrativo e riguarda adulti sani: non può essere usato per stabilire quante tazzine siano adatte a una persona con sintomi urinari.

Quando la caffeina può peggiorare i sintomi

Urgenza, bisogno frequente di urinare e risvegli notturni vengono spesso attribuiti alla prostata, ma i sintomi urinari maschili possono avere cause diverse. Possono dipendere anche dalla vescica, da infezioni o da altre condizioni. Un fastidio che compare dopo il caffè, quindi, non dimostra da solo la presenza di un’infiammazione prostatica.

Le linee guida includono tra i consigli di autogestione la riduzione o l’eliminazione della caffeina. La sostanza può avere un effetto diuretico e irritare la vescica, favorendo frequenza, urgenza e risvegli notturni. L’efficacia della sola riduzione del caffè, tuttavia, resta incerta: le singole componenti dell’autogestione non sono state studiate separatamente e le raccomandazioni si basano in parte sul consenso degli esperti. Ridurre la caffeina è quindi un tentativo coerente, ma il risultato varia da persona a persona.

Il caffè non è una protezione dimostrata

Alcune ricerche hanno osservato un possibile legame tra consumo di caffè e minore rischio di tumore della prostata. Un’analisi di 16 studi, che ha coinvolto circa 1,08 milioni di uomini, ha rilevato un rischio circa del 9% più basso tra chi beveva più caffè. Si tratta però di una differenza relativa, basata su consumi riferiti dai partecipanti e soggetta a possibili fattori confondenti. Gli studi osservazionali non dimostrano che aumentare il consumo prevenga la malattia.

Per i tumori avanzati o fatali, i dati sono compatibili anche con l’assenza di un legame. Le prove disponibili non consentono quindi di concludere che il caffè protegga la prostata. A maggior ragione, non ci sono basi per aumentare le tazzine con questo obiettivo.

Alcuni segnali richiedono una valutazione medica tempestiva e non vanno attribuiti automaticamente al caffè: l’impossibilità di urinare, il sangue nelle urine, sintomi dolorosi accompagnati da febbre e brividi oppure un forte dolore al basso ventre. Anche urgenza e risvegli notturni, se persistenti, meritano un confronto con il medico. Il limite dei 400 milligrammi tutela un adulto sano dagli effetti generali della caffeina; in presenza di sintomi urinari conta invece la risposta individuale alla riduzione, che nessun numero prefissato di tazzine può prevedere.