Quando gli esami mostrano un acido urico elevato, aumentare subito l’acqua sembra una soluzione semplice. Un’idratazione adeguata sostiene il lavoro dei reni, ma non esiste una quantità valida per ogni situazione: il fabbisogno quotidiano, la prevenzione dei calcoli e la gestione della gotta seguono indicazioni differenti.
Le prove disponibili non dimostrano che una dose precisa di acqua possa abbassare stabilmente l’uricemia o impedire gli attacchi di gotta. Un’analisi condotta su oltre 15 mila adulti ha rilevato valori medi più bassi di acido urico tra chi assumeva più liquidi, ma si tratta di un’associazione osservata in un singolo momento. Non è quindi possibile concludere che bere di più riduca direttamente l’uricemia o protegga dalle crisi articolari.
In presenza di attacchi frequenti, tofi o danni articolari, l’acqua non sostituisce una terapia mirata. L’American College of Rheumatology raccomanda, nei pazienti con indicazione al trattamento, farmaci calibrati sugli esami del sangue per raggiungere un valore di acido urico inferiore a 6 mg/dL. Un valore alto isolato, senza sintomi, non comporta invece automaticamente la necessità di assumere medicinali.
Il fabbisogno cambia se ci sono calcoli
Per un adulto sano, in condizioni ambientali e con attività fisica moderate, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare indica un’assunzione totale di acqua pari a 2 litri al giorno per le donne e 2,5 litri per gli uomini. Il dato comprende l’acqua bevuta, quella contenuta negli alimenti e le altre bevande.
Chi ha già avuto calcoli urinari può invece ricevere indicazioni più impegnative: circa 2,5-3 litri di liquidi da bere al giorno, con l’obiettivo di produrre almeno 2,5 litri di urina nelle 24 ore. L’aumento dei liquidi aiuta a prevenire le recidive, anche se le prove più dirette riguardano soprattutto i calcoli di calcio. Uno studio storico ha registrato una riduzione delle ricadute a cinque anni dal 27% al 12%, mentre una ricerca più recente su oltre 1.600 persone ha osservato, dopo due anni, episodi sintomatici quasi identici nei gruppi sottoposti a maggiore idratazione e alle cure abituali, intorno al 19%.
La quantità bevuta non coincide necessariamente con quella eliminata con le urine: caldo e sudorazione modificano il bilancio. Inoltre, non ci sono prove convincenti che rendano preferibile un’acqua con uno specifico residuo fisso, pH o composizione minerale.
Calcoli di acido urico e limiti del fai-da-te
Quando i calcoli sono composti da acido urico, diluire le urine non basta. Un pH urinario troppo basso favorisce la formazione di cristalli anche in chi beve regolarmente. Le linee guida europee associano quindi l’assunzione di 2,5-3 litri di liquidi al giorno a trattamenti con citrati alcalini, finalizzati a correggere l’acidità.
L’alcalinizzazione delle urine è una terapia medica e richiede prescrizione e controlli periodici del pH. È quindi sconsigliato usare autonomamente bicarbonato o integratori di citrato per tentare di sciogliere i calcoli.
Forzare rapidamente grandi quantità d’acqua può essere rischioso e causare iponatriemia, cioè una riduzione pericolosa del sodio nel sangue. La prudenza è ancora più importante in caso di malattia renale cronica avanzata o insufficienza renale, quando l’organismo può non riuscire a smaltire i liquidi in eccesso. Chi segue già una restrizione idrica deve rispettare la quota indicata dal medico: la gestione dell’acido urico richiede il confronto con il curante e non può essere affidata soltanto all’acqua.