Roma (RM)

L’arresto di Valter Lavitola, scrive il Gip: “L’attentato per accrescere la popolarità di Ranucci, il giornalista e’ vittima. Nessun accordo tra i due”

L'arrestato voleva "accelerare i suoi progetti in ambito politico"

L’arresto di Valter Lavitola, scrive il Gip: “L’attentato per accrescere la popolarità di Ranucci, il giornalista e’ vittima. Nessun accordo tra i due”

L’attentato a Sigfrido Ranucci è “stato commissionato da Valter Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti” dell’arrestato “in ambito politico”. Lo scrive il gip di Roma nell’ordinanza con cui ha disposto il carcere per il 60enne di origini campane ritenuto il mandante dell’azione dinamitarda dell’ottobre scorso. “Se infatti lo scopo era quello di favorire l’ascesa politica del giornalista Ranucci ed evidentemente assicurarsi per sé un ruolo di primo piano nel nuovo scenario politico ipotizzato – si legge -, è indubbio che nella ideazione dell’indagato, agli occhi della vittima e dell’opinione pubblica l’evento delittuoso doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai per porre in effettivo pericolo l’incolumità del giornalista”

“Più volte” Valter Lavitola “ha commentato” l’attentato “dicendo che se era stato lui il mandante allora voleva dire che era d’accordo anche Ranucci, quando allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola. Le risultanze acquisite – scrive il Gip nell’ordinanza – inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro del profondo legame tra i due instauratosi tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità appena appresa la notizia dell’incriminazione dell’amico”. E’ “certo, – agiunge il giudice – perché emerso in plurime intercettazioni, che Lavitola abbia continuato a manipolare la persona offesa e ad alimentare in lui il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente inverosimile, essendo convinto che finché avrà il sostegno della vittima del reato, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata”.

“Lavitola nel tempo coltiva la sua intuizione e continua a riproporla costantemente al giornalista – prosegue il gip – che, se da un lato non pare mai condividere formalmente il progetto dell’indagato, col tempo, si comprende, dal tenore dei messaggi e dal suo comportamento, che assuma un atteggiamento di apertura o quantomeno di curiosità rispetto al progetto, che via via diviene sempre più concreto”. E in effetti Lavitola “proprio successivamente all’esecuzione dell’atto intimidatorio, inizia a tradurre quell’intuizione in fatti concreti, tanto da arrivare a commissionare un sondaggio, investendo in tale progetto tempo e denaro”. Anche dopo le perquisizioni, l’imprenditore intercettato parla del suo progetto che “avrebbe sicuramente portato il giornalista a essere eletto Presidente del Consiglio e che lui stesso avrebbe potuto raccogliere il 30% dei voti senza nessun partito politico”.  “Fratello – dice al suo interlocutore l’imprenditore intercettato – questo non sarebbe una pre-candidatura, sarebbe presidente garantito al centodieci per cento. Io da solo prenderei il trenta per cento, senza partito, senza nulla”.

“La spregiudicatezza e la capacità criminale mostrata dimostra chiaramente come unica misura cautelare idonea a prevenire il rischio di azioni recidivanti sia quella della custodia cautelare in carcere”. Per il giudice “vi è il concreto ed attuale pericolo che si dia alla fuga, atteso che le indagini hanno appurato che lo stesso ha interessi economici in Camerun dove potrebbe rifugiarsi evitando provvedimenti cautelari nei suoi confronti”. Gli inquirenti hanno, inoltre, accertato che dopo il sopralluogo all’estero della villetta di Pomezia, il 10 ottobre scorso, Lavitola è “partito per l’Argentina”. Tutte circostanze che dimostrano come abbia la disponibilità di “innumerevoli contatti in altri continenti. Inoltre, la circostanza che solo dopo l’esecuzione della misura cautelare nei confronti degli esecutori materiali, avvenuta il 30 giugno, Lavitola decidesse improvvisamente di partire per l’Africa acquistando un biglietto per il 4 luglio e che tale viaggio sia stato evitato esclusivamente perché gli veniva notificato il decreto di perquisizione, dimostra evidentemente come, una volta appresa la notizia dell’arresto degli esecutori materiali, temendo che gli inquirenti potessero avere già acquisito elementi a suo carico, la sua volontà, già in quella fase, fosse quella di sottrarsi ad una eventuale cattura”.

Lavitola avrebbe avviato un vero e proprio tentativo di depistaggio subito dopo l’attentato. Secondo il giudice, l’analisi dei contenuti presenti sul telefono dell’indagato ha consentito di accertare che, immediatamente dopo l’esecuzione dell’attentato, Lavitola avrebbe “iniziato a dare concretezza al proprio progetto e, nello stesso tempo, avrebbe condiviso con la vittima e con persone del suo entourage, tra cui un giornalista di Report, la convinzione che l’incolumità di Ranucci fosse seriamente in pericolo, avanzando inoltre ipotesi sui possibili responsabili dell’azione”. Un comportamento che, secondo il gip, configura “chiaramente un vero e proprio depistaggio”. Nell’ordinanza viene richiamata anche la testimonianza di un giornalista del programma di Rai3, sentito dagli investigatori il 10 luglio scorso. Il cronista ha riferito che, dopo aver appreso del coinvolgimento di Lavitola nell’inchiesta, aveva iniziato a sospettare che la cosiddetta “pista israeliana”, più volte sostenuta dall’indagato, potesse rappresentare un tentativo di sviare le indagini.