Belluno, Bortoluzzi: «Ora servono case e interventi concreti»

Il vicepresidente ATER propone di coordinare risorse, enti e formazione per contrastare spopolamento e carenza di personale.

La provincia di Belluno ha bisogno di una strategia condivisa per affrontare la carenza di abitazioni, la difficoltà nel reperire personale e l’invecchiamento della popolazione. A sostenerlo è Massimo Bortoluzzi, vicepresidente di ATER Belluno, che chiede a Provincia, Comuni, BIM, azienda sanitaria, strutture assistenziali e soggetti della formazione di coordinare competenze e risorse.

Secondo Bortoluzzi, il tema della residenzialità è strettamente collegato alla tenuta dei servizi. La disponibilità di alloggi accessibili può aiutare a trattenere chi già vive e lavora nel territorio e favorire l’arrivo di nuovi lavoratori, comprese figure necessarie nei servizi sanitari e assistenziali. Per questo, sostiene, è necessario superare i campanilismi e definire priorità, responsabilità, finanziamenti e tempi di realizzazione.

Dagli studi ai cantieri

Il vicepresidente di ATER ritiene conclusa la fase della ricognizione. «Sono tre anni che si studiano progetti sulla residenzialità», afferma, chiedendo di passare a decisioni operative, recupero degli immobili e apertura dei cantieri. Ulteriori approfondimenti, aggiunge, dovrebbero essere giustificati da esigenze precise e collegati direttamente all’attuazione degli interventi.

Nel suo ragionamento, un ruolo centrale spetta alla Provincia di Belluno. Bortoluzzi richiama circa 40 milioni di euro di arretrati destinati alle spese di investimento e chiede che una quota significativa venga programmata per la residenzialità. Cita inoltre oltre 30 milioni annui di entrate ordinarie provinciali, circa 15 milioni del BIM e circa 40 milioni annui dei Fondi di confine, precisando che si tratta di canali distinti, con vincoli e destinazioni specifiche.

La richiesta è rivolta anche ad Alberto Peterle, consigliere provinciale delegato al Bilancio e alla Residenzialità. Bortoluzzi chiede un programma operativo che indichi quante risorse destinare, quali immobili recuperare, quanti alloggi rendere disponibili e con quali scadenze. L’obiettivo è coordinare una parte delle disponibilità esistenti all’interno di un piano pluriennale.

Casa e lavoro per mantenere i servizi

Il collegamento tra abitazione e occupazione emerge soprattutto per il personale sociosanitario. Le iniziative per offrire una casa agli operatori e i corsi per formare nuovi OSS, osserva Bortoluzzi, sono necessari ma devono essere inseriti in un percorso comune che coinvolga chi forma, chi assume, chi gestisce le strutture e chi rende disponibili gli alloggi.

La possibilità di trovare un impiego, sostiene, deve accompagnarsi a condizioni che permettano di costruire una vita nel territorio. Il problema riguarda operatori sociosanitari, infermieri, insegnanti, lavoratori delle imprese e giovani famiglie. A questa esigenza si aggiungono l’assistenza domiciliare, i servizi di prossimità e strutture capaci di mantenere il personale in una provincia sempre più anziana.

Per Bortoluzzi, ATER Belluno può svolgere una funzione operativa attraverso convenzioni con Provincia, Comuni ed enti interessati. L’azienda, secondo il vicepresidente, dispone dell’esperienza necessaria per recuperare e gestire il patrimonio abitativo. Le convenzioni dovrebbero stabilire responsabilità, costi, destinatari e modalità di gestione, mettendo in relazione immobili disponibili, fabbisogni e finanziamenti.

Tra i progetti citati c’è quello di Feltre, al quale ATER partecipa attraverso un bando, ma che non risulta ancora finanziato. Bortoluzzi sostiene la necessità di collegare questa iniziativa a una programmazione più ampia e invita a concentrare le risorse su interventi capaci di produrre risultati verificabili, evitando una distribuzione frammentata dei finanziamenti.

Una programmazione oltre i bandi

Bortoluzzi esprime contrarietà all’ipotesi di una nuova società pubblico-privata con funzioni immobiliari. Il rischio, spiega, sarebbe creare costi, procedure e responsabilità aggiuntive senza risolvere i problemi legati ai costi di recupero, ai rendimenti e alla domanda. La collaborazione con i privati può essere utile, ma deve essere legata a obiettivi pubblici chiari e a una precisa distribuzione dei rischi.

Nel modello di sviluppo del territorio, il vicepresidente richiama anche l’esperienza dell’Alto Adige e propone di puntare su una ricettività organizzata, capace di coinvolgere imprese, artigiani, commercio, ristorazione e servizi. Le seconde case utilizzate solo per brevi periodi, osserva, non garantiscono la stessa continuità economica e sociale e possono lasciare abitazioni vuote mentre lavoratori e famiglie cercano una sistemazione.

Quanto al piano regionale per la casa da 50 milioni di euro, Bortoluzzi chiede di chiarire quali immobili siano finanziabili e quali risorse siano realmente accessibili al Bellunese. I bandi, sostiene, possono aggiungere opportunità, ma non devono sostituire una programmazione territoriale sostenuta anche dalle risorse locali.

La richiesta finale è rivolta a tutti gli enti: concentrare gli investimenti su case, sanità, scuole, assistenza agli anziani, trasporti, collegamenti digitali e sostegno alle famiglie. Senza questi servizi, afferma Bortoluzzi, il rischio è che i paesi si svuotino e che diventi sempre più difficile mantenere ciò che resta. Le risorse, conclude, devono trasformarsi rapidamente in alloggi disponibili e servizi funzionanti.