Il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli ha ricostruito al Consiglio regionale aperto di Muccia le settimane che hanno preceduto la rottura del rapporto con l’ex capo di gabinetto Fabio Pistarelli, arrestato nell’ambito della maxi inchiesta sulla ricostruzione. «Ho sbagliato a scegliere la persona, non avrei mai pensato potesse avere quei comportamenti», ha detto, respingendo ogni accusa di fuga o di timore rispetto alla vicenda.
La seduta, convocata anche per il decennale del terremoto, è stata dedicata in parte all’indagine della Guardia di finanza, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Ancona. L’inchiesta ha portato all’arresto di otto persone, tra cui Pistarelli e l’imprenditore Enrico Crucianelli, della Crucianelli Rest Edile. Gli indagati sono complessivamente 43. «Potevamo rinviare questo momento, ma ci abbiamo messo la faccia», ha dichiarato Acquaroli aprendo il suo intervento.
La ricostruzione delle segnalazioni
Il governatore ha spiegato che la scelta di Pistarelli, nel 2020, era stata motivata dalla conoscenza del territorio, dall’esperienza istituzionale e dalla professione di avvocato. Al termine del primo mandato, tuttavia, sarebbero emerse perplessità sulla disponibilità e sull’efficacia del suo lavoro. Per questo il 6 novembre era stata firmata una proroga di tre mesi, con l’obiettivo di individuare una soluzione alternativa.
Acquaroli ha riferito di aver ricevuto, tra la metà di novembre e i primi giorni di dicembre, diverse segnalazioni sull’interessamento dell’ex capo di gabinetto ad alcune procedure. Le informazioni, ha spiegato, furono trasmesse agli uffici regionali e sottoposte agli approfondimenti del segretario generale e di altri dirigenti. Secondo quanto riferito dal presidente, le prime verifiche non avevano evidenziato notizie di reato.
Il 2 dicembre, dopo ulteriori segnalazioni e un incontro tra i dirigenti, Acquaroli avrebbe comunicato a Pistarelli che la sua presenza nella sede regionale era incompatibile con il ruolo ricoperto, chiedendogli di dimettersi oppure annunciando la sua rimozione. «La fiducia era venuta meno», ha spiegato il presidente, ribadendo di essersi dato come regola quella di non intervenire in procedure, appalti e bandi e di aver chiesto ai collaboratori di vigilare sul rispetto della legalità.
Il richiamo alla chiarezza
Acquaroli ha affermato che, per quanto gli risulta, né lui né componenti della giunta, consiglieri o dirigenti regionali risultano indagati. Ha inoltre sostenuto che nessuno dei reati ipotizzati negli uffici della Regione e della sanità sarebbe andato a segno. L’inchiesta, ha aggiunto, evidenzia comunque una fragilità nella ricostruzione privata e nella catena dei subappalti, imponendo una riflessione su quali ulteriori controlli adottare.
Nel passaggio conclusivo, il presidente ha chiesto chiarezza senza strumentalizzazioni e ha distinto la responsabilità della scelta del collaboratore da qualsiasi coinvolgimento nei reati contestati. «Se c’è stato un mio errore, è stato nell’individuazione della persona», ha detto. Poi la frase finale: «Corruzione e mafia sono due parole che io non conosco».