Milano (MI)

Linguaggio, welfare e quartieri: come cambia la Milano di prossimità

Amministratori, giornalisti ed esperti hanno discusso di servizi, inclusione e del ruolo dell'informazione nel rafforzare il rapporto tra cittadini e istituzioni

Linguaggio, welfare e quartieri: come cambia la Milano di prossimità

Mentre lo skyline milanese continua a trasformarsi, nei quartieri la sfida vera si gioca sulla capacità di fare rete, ascoltare i cittadini e garantire servizi vicini alle persone. Nei giorni scorsi la Casa delle Associazioni di via Marsala ha ospitato “La città visibile”, appuntamento promosso dall’Associazione Comunicazione Pubblica con il patrocinio del Comune di Milano.

Linguaggio, welfare e quartieri: come cambia la Milano di prossimità

MILANO – Come costruire una città più vicina ai cittadini, capace di garantire servizi efficienti, inclusione e una comunicazione trasparente? Attorno a questi temi si è sviluppato il convegno “La città visibile”, promosso dall’Associazione Comunicazione Pubblica con il patrocinio del Comune di Milano e ospitato nei giorni scorsi alla Casa delle Associazioni di via Marsala.

L’iniziativa ha riunito amministratori, giornalisti, docenti universitari ed esponenti del terzo settore per riflettere sulle sfide che attendono la metropoli, dal welfare di prossimità alla rigenerazione dei quartieri, fino al linguaggio inclusivo e al ruolo della comunicazione pubblica nel rafforzare il rapporto tra istituzioni e cittadini.

L’incontro è stato aperto da Claudio Trementozzi

Ad aprire i lavori è stato Claudio Trementozzi, consigliere nazionale dell’Associazione Comunicazione Pubblica, che ha sottolineato come una comunicazione chiara e un’informazione di qualità rappresentino strumenti fondamentali per creare fiducia, favorire la partecipazione e rafforzare la coesione sociale nei quartieri.

E’ poi intervenuto l’assessore al bilancio del Comune di Milano Emmanuel Conte

A portare il saluto dell’amministrazione comunale è stato l’assessore al Bilancio del Comune di Milano Emmanuel Conte, che ha evidenziato il legame storico tra il concetto di comunità e quello di comunicazione. Nel suo intervento ha invitato a considerare la comunicazione pubblica come una vera e propria infrastruttura della città, al pari delle reti di trasporto o degli edifici pubblici, fondata su tre principi: il diritto dei cittadini a essere informati, la trasparenza dell’azione amministrativa e la costruzione della fiducia.

Conte ha infine ricordato come sfide globali, dalla disinformazione ai cambiamenti climatici fino alle tensioni internazionali, rendano ancora più centrale il ruolo di una comunicazione pubblica efficace e responsabile, capace di accompagnare le trasformazioni della città e mantenere saldo il dialogo con i cittadini.

L’assessore Emmanuel Conte

Il cuore e le anime: partecipazione e relazioni sul territorio

Ma come si traduce tutto questo nella quotidianità dei quartieri? La risposta emersa dal primo confronto è una miscela di azioni concrete e innovazione digitale. Il moderatore Marco Magheri, Segretario Generale di Comunicazione Pubblica, ha messo a confronto il punto di vista del giornalismo, dell’associazionismo di quartiere e dell’accademia.

Se Lina Sotis, anima di Quartieri Tranquilli, ha difeso il valore terapeutico e gratuito della “gentilezza” per ricucire i rapporti di vicinato, la giornalista Stefania Consenti ha mostrato il rovescio della medaglia: una Milano in fortissima transizione demografica, dove i costi della vita rischiano di escludere i più fragili in aree storicamente complesse come San Siro o il Giambellino.

La giornalista si è anche soffermata sul valore della memoria collettiva (dal Memoriale della Shoah alle piccole storie di generosità di quartiere) e sulla necessità di spazi fisici capaci di tenere insieme comunità nuove e comunità storiche.

In collegamento da Glasgow, Elisabetta Locatelli, docente di Media e reti sociali all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha proposto una lettura del digitale come “tessuto” fatto di relazioni fisiche e online da ricucire, non da contrapporre.

Portando esempi come le Social Street e l’uso dei canali digitali della sanità pubblica durante la pandemia per diffondere informazioni qualificate, ha insistito sull’urgenza di ricostruire legami intergenerazionali in una società che invecchia, e ha chiuso richiamando l’uso diffuso, osservato in altri contesti europei, della parola “community” negli spazi urbani come segno di un modo diverso, più collettivo, di pensarsi cittadini.

A dare concretezza a queste istanze è stato lo stesso assessore Conte, evidenziando come il Demanio comunale abbia assegnato oltre 170 spazi ad associazioni locali con canoni abbattuti del 70%, trasformando luoghi dismessi in presidi sociali attivi, come la ex Casa dell’Acqua di via Civitavecchia, che diventerà un poliambulatorio della LILT, o l’imminente bando per Palazzo Dugnani.

Da sinistra: Emmanuel Conte, Stefania Consenti, Marco Magheri e Lina Sotis.

Il potere delle parole: inclusione e mediazione culturale

La comunicazione pubblica, tuttavia, passa prima di tutto dalla cura dei linguaggi. Nel secondo panel di interventi, moderato dalla presidente di Comunicazione Pubblica Leda Guidi, si è riflettuto su come le parole possano disinnescare i conflitti o, al contrario, erigere barriere invisibili.

Il linguaggio inclusivo di Camilla Cozzi

Camilla Cozzi, avvocata di diritto di famiglia, ha portato la propria esperienza nei tribunali per raccontare come il linguaggio usato nei conflitti familiari possa alimentare o disinnescare lo scontro: dalla scelta, nei propri atti, di scrivere “Tizio nei confronti di Caio” anziché “contro“, fino alla pratica del diritto collaborativo — nato in Canada e diffuso in Nord America — che invita le parti a distinguere i fatti dalle interpretazioni e ad ascoltare per comprendere, non per replicare. Un linguaggio inclusivo, ha precisato, non è un linguaggio semplicemente “gentile”, ma un linguaggio che lascia all’altro lo spazio per restare nella conversazione.

Cristina Pedretti, coach ed esperta di empowerment femminile, ha riflettuto su come parole come “potere”, “successo” o “ambizione” siano ancora percepite in tensione con l’immagine tradizionale del femminile, e su come il lavoro sull’autodeterminazione individuale debba andare di pari passo con un cambiamento nel linguaggio pubblico e organizzativo che racconta conciliazione e cura non come temi “delle donne”, ma come temi di tutte le persone.

Il mondo editoriale al femminile di Paola Rizzi

Di dati e “soffitto di cristallo” ha parlato invece Paola Rizzi di GiULiA Giornaliste: le donne rappresentano il 51% della popolazione e il 42% dei giornalisti italiani, eppure firmano appena il 24% delle prime pagine e rappresentano solo il 30% delle voci nei tg. Da qui l’urgenza di progetti concreti come il database 100esperte.it e di una vigilanza costante contro i discorsi d’odio online, sollecitando una riflessione sul linguaggio corretto nel raccontare la disabilità.

Da sinistra: Camilla Cozzi, Cristina Pedretti, Leda Guidi e Paola Rizzi.

Prossimità, estetica e salute di comunità

L’ultimo panel dell’incontro, moderato dal Consigliere nazionale di Comunicazione Pubblica Claudio Trementozzi, ha unito l’etica pubblica, la bellezza urbana e la gestione dei servizi in un’unica visione di prossimità. L’assessore Fabio Bottero ha richiamato l’importanza della legalità e delle reti metropolitane per garantire una coesione reale.

Subito dopo, il professor Giancarlo Lacchin ha elevato la discussione citando il capolavoro di Robert Musil per contrapporre il “senso della realtà” al “senso della possibilità” per parlare di un’estetica capace di immaginare come una città potrebbe essere, non solo di descriverla com’è.

L’estetica urbana, ha spiegato Lacchin, non è semplice decoro esteriore, ma rappresenta l’ethos dello spazio pubblico in cui i cittadini si riconoscono come uguali. In conclusione ha citato il pensiero di Hannah Arendt sullo spazio pubblico come luogo in cui le persone diventano visibili le une alle altre, riducendo la paura reciproca e rafforzando il senso di appartenenza,

La sanità milanese raccontata dal medico e dal sociologo

Una visione filosofica che si integra con i dati materiali portati dal medico Carlo Signorelli. Se Milano vanta eccellenze ospedaliere straordinarie, soffre però la crisi della medicina territoriale e la carenza di personale infermieristico. Signorelli ha promosso il ruolo crescente delle “farmacie dei servizi” e ha ricordato come l’igiene edilizia e la qualità degli appartamenti siano determinanti per la salute mentale, specie per una popolazione anziana sempre più sola.

Questa crescente domanda sociale, spesso superiore alle risorse pubbliche disponibili, impone secondo il sociologo Marco Papa (dirigente dell’Area salute e welfare territoriale del Comune di Milano) nuovi modelli di coprogettazione con il privato sociale. Ha spostato lo sguardo sul lavoro quotidiano di connessione fra le tante realtà del welfare cittadino — dalle case di quartiere alla rete di associazioni ospitate nelle numerose Case milanesi delle associazioni — insistendo sulla necessità di comunicare meglio le risorse esistenti per raggiungere le persone più sole e isolate, spesso proprio le più difficili da intercettare.

Cittadini come protagonisti attivi dei processi di rigenerazione urbana

A chiudere il cerchio della riflessione è stata l’esperienza sul campo descritta da Emanuela Vita responsabile della comunicazione e delle attività partecipative dei progetti europei Commit2Green e REGEN del Comune di Milano, ha riportato l’attenzione sul ruolo dei cittadini come protagonisti attivi dei processi di rigenerazione urbana, ricollegando i fili aperti nei panel precedenti attorno all’idea di una partecipazione che nasce dal basso: il lavoro silenzioso degli sportelli sociali e la presenza fisica nei complessi di edilizia pubblica come via Giaggioli e Lorenteggio dimostrano che la prossimità non si pianifica a tavolino, ma si costruisce giorno per giorno, con pazienza, presenza e ascolto.

Partecipazione, linguaggio ed estetica urbana sono tre facce della stessa infrastruttura immateriale — quella della fiducia — su cui si regge la possibilità di una Milano equa, accogliente e, appunto, visibile a tutte e tutti coloro che la abitano.

Da sinistra: Carlo Signorelli, Fabio Bottero, Emanuela Vita, Claudio Trementozzi, Giancarlo Lacchin e Marco Papa