Internazionale

Per affrontare la crisi energetica FdI propone di usare fondi di coesione per aiutare le famiglie, ma l’Ue dice no

Il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, di Fratelli d’Italia, ha scritto ai ministri dell'Unione per chiedere di poter usare con urgenza tutti gli strumenti disponibili. Replica: “I fondi di coesione non sono un bancomat da cui attingere a piacimento e sono già impegnati”

Per affrontare la crisi energetica FdI propone di usare fondi di coesione per aiutare le famiglie, ma l’Ue dice no

La crisi energetica riapre uno scontro politico già visto negli ultimi anni: come aiutare famiglie e imprese senza allargare troppo i deficit nazionali? Il 28 maggio 2026 il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto, esponente di Fratelli d’Italia e responsabile per Coesione e Riforme, ha scritto ai ministri Ue dei Ventisette competenti per la politica di coesione invitandoli a usare con urgenza le risorse europee già disponibili per fronteggiare il caro energia.

La mossa arriva dieci giorni dopo la lettera con cui Giorgia Meloni aveva chiesto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen di estendere anche all’energia la deroga al Patto di stabilità prevista per la difesa. Una richiesta politica molto delicata: Roma vorrebbe più margini di bilancio per sostenere i costi energetici, Bruxelles invece continua a indicare una strada diversa, cioè usare fondi già stanziati e riprogrammabili, senza aprire una nuova eccezione generalizzata sui conti pubblici.

La proposta: usare fondi già esistenti

Nella lettera, Fitto indica tre strumenti: Fondo europeo di sviluppo regionale, Fondo di coesione e Fondo per una transizione giusta. La Commissione spiega che gli Stati membri e le Regioni possono accelerare l’utilizzo di queste risorse attraverso nuovi strumenti finanziari, anticipazione dei pagamenti e adeguamenti dei programmi già approvati. Non si tratta quindi di nuovi fondi, ma di una possibile riprogrammazione delle risorse esistenti verso interventi energetici.

Fitto ha riassunto così la linea della Commissione:

“Invitiamo gli Stati membri e le regioni a intraprendere uno sforzo di riprogrammazione con un’attenzione mirata all’energia”. L’obiettivo, ha aggiunto, è reindirizzare rapidamente le risorse disponibili “verso investimenti in grado di fornire un sollievo immediato alle famiglie e alle imprese colpite dagli elevati prezzi dell’energia”.

Il nodo politico: flessibilità sì, nuovo deficit no

La proposta di Fitto è anche una risposta indiretta alla richiesta italiana di maggiore flessibilità fiscale. Il governo Meloni chiede che la crisi energetica venga trattata come una priorità strategica al pari della difesa. La Commissione, però, per ora non apre a una sospensione del Patto di stabilità e invita gli Stati a usare gli strumenti già disponibili. Già il 13 aprile 2026 von der Leyen aveva chiuso alla sospensione del Patto, sostenendo che gli aiuti contro il caro energia dovessero restare mirati, temporanei e compatibili con la tenuta dei conti pubblici.

Raffaele Fitto

Il messaggio politico è chiaro: Bruxelles riconosce l’emergenza, ma non vuole trasformarla in una nuova stagione di spesa pubblica fuori dai vincoli. Da qui nasce il braccio di ferro: l’Italia chiede più spazio di manovra, mentre la Commissione risponde con la flessibilità interna ai programmi europei già finanziati.

La replica delle Regioni: “Non sono un bancomat”

La reazione più dura è arrivata dal Comitato europeo delle Regioni. La presidente Kata Tüttő ha contestato l’idea di usare i fondi di coesione come risposta emergenziale al caro energia:

“La crisi energetica è reale. La soluzione proposta non lo è”. Poi l’affondo: indicare i fondi di coesione come “bancomat di emergenza” trasformerebbe la politica di investimento in una “aspirina politica”, cioè un sollievo temporaneo pagato con minori investimenti strutturali.

Il punto sollevato dalle Regioni europee è sostanziale: i fondi di coesione non nascono per coprire emergenze di breve periodo, ma per ridurre divari territoriali, sostenere investimenti, infrastrutture, transizione e sviluppo locale. Inoltre, secondo Tüttő, molte di quelle risorse sono già impegnate. Da qui la critica: spostarle sull’energia potrebbe indebolire progetti già programmati nei territori.

Fitto risponde: “Non c’è nessun bancomat”

Fitto ha respinto le accuse, parlando di polemica strumentale. La sua controreplica è stata netta:

“Non c’è nessun bancomat. E soprattutto Bruxelles non obbliga nessuno”. Secondo il vicepresidente della Commissione, la proposta non impone tagli automatici ai programmi territoriali, ma offre a Stati e Regioni la possibilità di adattare i fondi alle nuove priorità.

Fitto ha rivendicato la logica della flessibilità: i programmi attuali, ha ricordato, sono stati costruiti su dati economici del periodo 2019-2021 e approvati nel 2022, prima del nuovo shock energetico.

Il precedente: 34,6 miliardi già riallocati

La Commissione richiama anche un precedente recente: la revisione intermedia della politica di coesione ha già permesso di riallocare 34,6 miliardi di euro verso priorità strategiche come sicurezza energetica, competitività, difesa, edilizia e acqua. Per Bruxelles, quel passaggio dimostra che la politica di coesione può essere adattata rapidamente senza creare nuovi strumenti finanziari.

Ma proprio questo è il punto più controverso. Per i governi nazionali, la riprogrammazione può rappresentare una valvola di emergenza. Per molte Regioni, invece, rischia di diventare un modo per spostare risorse da investimenti territoriali di lungo periodo a misure più immediate e politicamente urgenti.

Per ora la Commissione sembra scegliere la seconda strada: niente nuovo “tesoretto”, niente automatismi sul Patto di stabilità, ma uso più rapido e flessibile dei fondi esistenti. Le Regioni europee, però, avvertono che la coesione non può diventare il salvadanaio da aprire a ogni emergenza.